Estelle in viaggio. A bordo un israeliano

È Elik Elhanan, ex soldato, oggi attivista per la pace. Fondò “Combatants for Peace” dopo la morte della sorella in un attentato. Dopo Napoli, la nave verso Gaza.

A bordo della Estelle, partita sabato da Napoli nel suo viaggio dalla Svezia alla Striscia di Gaza, c’è Elik Elhanan. Questa l’identità di uno degli attivisti-passeggeri della nave carica di aiuti umanitari e intenzionata a rompere l’assedio israeliano della Striscia.

Elik è israeliano, vive a Tel Aviv. La sua è una famiglia nota in Israele: emigrata in Palestina già negli anni Venti del Novecento, ha visto i suoi membri trasformarsi da sionisti a voci contro l’occupazione. Come racconta la Freedom Flotilla Italia in un comunicato, “il nonno Matti Peled fu il primo generale israeliano a prendere posizione contro l’occupazione nel 1972 e a creare gruppi pacifisti insieme ai palestinesi”.

Oggi tocca ad Elik, che da paracadutista della squadra di èlite dell’esercito di Tel Aviv è diventato il fondatore di “Combatants for Peace”. Partendo da una tragedia: il 4 settembre 1997 la sorella di soli 14 anni, Smadar, è morta in un attentato suicida su viale Ben Yehuda a Gerusalemme.

Da allora la storia della famiglia Elhanan è cambiata radicalmente: la madre Noret Pelled ha da subito accusato lo Stato di Israele – e la politica di occupazione militare – di essere il solo responsabile della morte della figlia. Con il marito, Rami, è diventata attiva nell’organizzazione “We lost a child”, organizzazione mista israelo-palestinese che raccoglie i genitori delle vittime del conflitto, da una parte e l’altra del Muro.

Intanto Elik, abbandonato l’esercito nel 2002 rifiutando di servire nell’ennesimo attacco contro Gaza, ha dato vita nel 2004 – insieme a ex prigionieri palestinesi – all’associazione “Combatants for peace”. Oggi segue le orme del padre Rami che due anni fa era a bordo della prima Freedom Flotilla.

L’Estelle, veliero acquistato dall’associazione svedese “Ship to Gaza” – ideatrice della Freedom Flotilla – è la nave della terza missione nel tentativo di portare aiuti umanitari alla popolazione palestinese rompendo il blocco che Israele ha imposto sul mare della Striscia. In viaggio da tre mesi, la nave ha attraversato il Mare del Nord, l’Atlantico e ora naviga nel Mediterraneo.

Inaccettabile per Tel Aviv. E piovono minacce sulla nuova Freedom Flotilla: dopo l’assalto militare alla Mavi Marmara del 2010 (che portò all’uccisione di nove attivisti turchi) e i boicottaggi e le censure del 2011 (le autorità portuali greche bloccarono il convoglio nei porti), il Ministero degli Esteri fa lo stesso annuncio: la Marina israeliana non permetterà alla nave di raggiungere il porto di Gaza City. Per farlo, ha contattato i governi dei Paesi di appartenenza degli attivisti coinvolti perché non li autorizzino a salpare.

Molto improbabile che la presenza di un israeliano a bordo limiti la reazione israeliana.

Questo è uno stralcio dell’ultimo discorso pubblico di Elik, il 27 agosto scorso in Giappone (per l’intero discorso clicca qui):

“[.] Vi parlerò di speranza. Della gente che invece di scegliere la via più facile, quella della paura e dell’odio, ha deciso di combattere per la propria umanità e il buon senso. Vorrei aggiungere un’altra cosa: mi vergogno, come essere umano e come israeliano, di quello che il mio governo sta facendo in Cisgiordania, Gaza, Libano.

[.] Mia sorella non è morta perché Israele fosse più sicuro; non è morta perché gli arabi sono di natura cattivi o perché l’Islam è una religione demoniaca. È morta a causa della situazione politica, creata dagli uomini e risolvibile dagli uomini. È morta perché c’è un’occupazione. È morta per un conflitto che umilia e opprime un popolo intero e convince giovani palestinesi che la loro morte sia utile come la loro vita.

[.] Sappiamo che dialogo e pace possono essere promossi solo da una solidarietà tra israeliani e palestinesi che si basi sul rispetto e l’uguaglianza. La gente parla a nostro nome. La gente fa cose terribili in nome di qualcun altro. Dobbiamo reclamare la nostra voce. Se pensate che la pace sia possibile e che la guerra sia sbagliata, la vostra voce dovrebbe essere ascoltata. Se c’è una cosa che ho imparato è che se non dici no, è come se avessi detto di sì”.

 

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