“Una forza fertile”: le relazioni pericolose tra antisemitismo e sionismo

di Fabio De Leonardis

 

L’antisemitismo è cresciuto e

continua a crescere, ed io con esso.

Theodor Herzl[1]

L’Europa serve da terra natale a una parte

significativa del popolo ebraico da duemila anni […].

Dopo di che, veniamo chiamati stranieri, allogeni,

e anche tra noi ci sono alcuni che sono disposti

ad accettare il sofismo dei nostri nemici e

giustificano con esso l’obbligo, per gli ebrei,

di lasciare l’Europa.

Shimen Dubnov[2]

 

Sionismo e nazismo. Due termini che di questi tempi ai più potrebbero sembrare assolutamente antitetici. In realtà è un mito –  quindi ideologico per definizione – quello che presenta il sionismo come un movimento e un’ideologia antitetici all’antisemitismo. È su questo mito che si basa la pretesa dello Stato d’Israele (che si vuole stato degli ebrei di tutto il mondo, anche se la maggior parte degli ebrei non vive sul suo territorio) di essere il rappresentante e l’erede storico dei sei milioni di ebrei sterminati dai nazisti, ed è dalla rivendicazione di questa eredità che esso trae la sua legittimazione morale. Che lo Stato di Israele sia l’erede dei sei milioni di ebrei assassinati dai nazisti è tuttavia una costruzione ideologica priva di qualsiasi fondamento storico e/o giuridico, frutto di un’appropriazione in chiave nazionalistica della memoria dello sterminio. Gli argomenti oggettivi a sostegno di questa tesi si riducono in sostanza a due, ossia al fatto che Israele abbia accolto i sopravvissuti e che lo sterminio lo abbia privato di sei milioni di futuri cittadini. Entrambe tuttavia non reggono alla prova dei fatti: se è vero che Israele ha accolto alcune centinaia di migliaia di ebrei sopravvissuti (circa 1/5 della popolazione dello Stato nei primi anni dopo la sua nascita) le cifre mostrano che solo l’8,5% dei 2.562.000 ebrei che tra il 1935 e il 1943 scamparono alle grinfie di Hitler e dei suoi carnefici si rifugiò in Palestina, mentre la stragrande maggioranza trovò riparo in Unione Sovietica  (il 75,3%), e in misura assai minore negli Stati Uniti (il 6,6%) e in Gran Bretagna (l’1,9%)[3]. In secondo luogo, i sei milioni di ebrei trucidati non possono più parlare, e nessuno ha evidentemente il diritto di arrogarsi il ruolo di loro portavoce: se si considera inoltre che gli ebrei massacrati nei campi di concentramento erano rimasti a vivere in Europa finanche in un periodo di terribili persecuzioni, è ragionevole pensare che la maggior parte di loro non fosse sionista e non sarebbe andata a vivere in Palestina. A dispetto di ciò, l’Agenzia Ebraica prima e lo Stato d’Israele poi hanno cercato sin dalla fine della guerra di accreditarsi come gli eredi politici e legali dei sei milioni di vittime della Shoah e di dare a questa connessione un fondamento giuridico: se già nel 1945 il presidente dell’Organizzazione Sionista Chaim Weizmann aveva chiesto (invano) agli Alleati di riconoscere all’Agenzia Ebraica palestinese il diritto di disporre delle proprietà degli ebrei assassinati rimasti privi di eredi[4], nel 1950 fu proposto che lo Stato conferisse a titolo commemorativo la cittadinanza israeliana ai morti della Shoah. [5] Nei primi anni ’60 David Ben Gurion sostenne la tesi che la Germania Federale avesse accettato di pagare ad Israele le riparazioni perché aveva “riconosciuto che questo Stato parla per conto di tutti gli ebrei assassinati” [6] ma, come chiarisce Tom Segev, le cose non stavano affatto così: Bonn aveva accordato ad Israele le riparazioni semplicemente “perché aveva accolto i superstiti”; [7] considerato però che non era stato l’unico paese a farlo né era stato quello che ne aveva accolti di più, la pretesa di Ben Gurion di legittimare in tal modo la tesi di Israele erede delle vittime era del tutto infondata. La ragione di questa insistenza nel reclamare l’eredità giuridica e politica delle vittime è solo in parte economica, essa mira soprattutto a conseguire il risultato politico di conferire una legittimazione morale inattaccabile all’esistenza dello Stato sionista.

La storia dei rapporti tra sionismo ed antisemitismo è lunga e assai sfumata. Beninteso, i sionisti, come è noto,  non furono certo gli unici a fare patti con i nazisti: si pensi agli Accordi di Monaco del 1938 o al Patto Molotov-Ribbentrop, per citare due esempi; ciò che stupisce però ad uno sguardo più approfondito è il carattere continuativo, non episodico, di questa collaborazione: essa ebbe inizio nel 1933 con l’Accordo della Ha’avarah, passò attraverso gli accordi sull’emigrazione del 1938 e si protrasse fino all’inizio della guerra, con una coda nel 1944 (la tragica vicenda degli ebrei ungheresi). Questi accordi furono sottoscritti dall’Agenzia Ebraica dominata dai laburisti, ma anche la corrente sionista revisionista ebbe rapporti quantomeno equivoci con il nazismo e il fascismo italiano, culminati nell’offerta di alleanza militare fatta all’Asse nel 1940-41 dalla fazione Stern dell’Irgun. Questi fatti sono in realtà già relativamente noti, ma bisogna giustapporli e vederli insieme, se si vuole avere un quadro più chiaro della questione.

Si tratta di un argomento su cui è estremamente importante evitare di prestare il fianco a qualsiasi strumentalizzazione, a causa della consueta accusa di antisemitismo con cui viene interdetto dal discorso pubblico chiunque critichi o metta in discussione il sionismo. [8]

Come si spiega ad esempio la collaborazione prolungata del movimento sionista con la Germania nazista, che sembra andare contro la logica del senso comune contemporaneo? In realtà tale incongruenza è solo apparente: come spiega Tom Segev, gli accordi stipulati fra il regime hitleriano e l’Agenzia Ebraica nel 1933 e negli anni successivi erano “il frutto della complementarità tra gli interessi del governo nazista e quelli del movimento sionista: il primo voleva cacciare gli ebrei dalla Germania, il secondo voleva accoglierli in Palestina”. [9] Ciò avrebbe infatti permesso all’Agenzia ebraica di costringere a “sionistizzarsi” gli ebrei tedeschi, “la maggior parte dei quali avrebbe preferito restare nel proprio paese” [10] Date queste premesse, non deve quindi stupire il fatto che la dirigenza sionista laburista vide l’ascesa al potere di Hitler nel 1933 come “un’occasione irripetibile per costruire e prosperare”, [11] o per dirla con Ben Gurion “una forza fertile” [12] per l’avanzamento dell’impresa sionista. La convergenza di interessi tra l’antisemitismo nazista e l’aspirazione sionista a “trasferire” gli ebrei europei in Palestina era chiara anche alla loro controparte: come ricorda Hannah Arendt, il criminale nazista Eichmann, uno degli artefici dello sterminio, dopo aver letto Lo Stato ebraico di Theodor Herzl “aderì prontamente e per sempre alle idee sioniste”. [13] Nel caso della destra sionista (la corrente detta “revisionista”) alla convergenza di interessi si aggiungeva anche la prossimità ideologica, giacché una buona parte del movimento sionista revisionista era noto per essere politicamente vicino al fascismo italiano, [14] e certuni suoi dirigenti non facevano alcun mistero neppure delle loro simpatie per Hitler, nonostante le proteste a questo riguardo del loro leader Žabotinskij: se Abba Ahimeir teneva sul giornale revisionista Doar Hayom una rubrica intitolata “Taccuino di un fascista”, il suo avvocato e compagno di partito Zvi Cohen ebbe addirittura modo di affermare durante un processo al suo assistito che “se non fosse per l’antisemitismo, noi non avremmo nulla contro l’ideologia di Hitler. Il Führer ha salvato la Germania”. [15]

Del resto, il movimento sionista ebbe rapporti non meno spregiudicati anche con il regime mussoliniano: a differenza del nazismo, il fascismo non fu pienamente antisemita fin dall’inizio, tanto che esso trovò addirittura dei sostenitori in alcuni ebrei italiani, fra i quali si può ricordare ad esempio lo squadrista torinese Ettore Ovazza, che nel 1935 fondò un gruppo fascista ebraico chiamato “La nostra bandiera”. Nei confronti del sionismo le attitudini di Mussolini erano ambivalenti: se i sionisti italiani gli erano sospetti per via della loro “doppia fedeltà” nazionale, verso l’Organizzazione Sionista Mondiale egli ebbe fino alla fine del 1936 un atteggiamento assai benevolo. Nel 1934, nel corso di due incontri con Chaim Weizmann e Nahum Goldmann, il dittatore italiano arrivò finanche a proporsi come protettore dei sionisti, sostenendo che essi in Palestina dovevano costituire uno Stato vero e proprio e non accontentarsi del “focolare nazionale” promesso loro dalla Gran Bretagna. [16] In una delle sue consuete, pagliaccesche boutades, Mussolini arrivò finanche a proclamare “Io sono sionista, io”. [17] La simpatia era ricambiata: in quel periodo, infatti, alcune singole personalità fra i sionisti generali, l’ala centrista del movimento, fecero intravedere a Mussolini la possibilità di un mandato italiano sulla Palestina. Fu però con la destra revisionista che il dittatore fascista trovò un vero terreno d’intesa: in quello stesso 1934 infatti quest’ultima avviò con l’Italia una concreta collaborazione, inviando alcuni giovani del suo movimento giovanile Betar alla Scuola Marittima di Civitavecchia. L’intento del regime era quello di sfruttare i revisionisti come testa di ponte per un’espansione dell’influenza italiana in Medio Oriente, e a tale scopo nel febbraio 1936 fu inviata in Palestina una missione diplomatica incaricata di sondare il terreno. [18] L’emissario di Mussolini, Corrado Tedeschi, riscontrò una notevole intesa ideologica con i militanti della destra sionista, tanto che nel suo rapporto riferì entusiasticamente l’affermazione del suo accompagnatore Ben-Avi, secondo il quale “molti fra i nativi ed i revisionisti […] sono assolutamente tendenzialmente fascisti, e potrebbero in pieno far proprie la teoria e la pratica del fascismo”. [19] La collaborazione con i revisionisti continuò fino al 1937-38, quando l’Italia ruppe unilateralmente con tutto il movimento sionista, riorientando la propria politica mediorientale in senso più marcatamente filoarabo; si badi tuttavia che il regime, che stava ormai prendendo posizioni sempre più marcatamente antisemite culminate poi nelle leggi razziali, continuava a ritenere che “il problema ebraico universale può essere risolto in un solo modo: creando in qualche parte del mondo, non in Palestina, uno Stato ebraico”. [20] Era quindi solo per scelte geopolitiche che avvenne la rottura, non certo per motivazioni ideologiche, tant’è che alcune personalità sioniste cercarono invano fino al 1938 di ricucire lo strappo, e la stessa Agenzia Ebraica nel suo comunicato di protesta prese atto “con soddisfazione dell’opinione del governo fascista che il problema ebraico universale può essere risolto in un solo modo: creando uno Stato ebraico”. [21]

Era quindi una convergenza di interessi oggettivi a costituire la ragion d’essere dello sviluppo di queste “relazioni pericolose” con il regime fascista e quello nazista. Questa politica tuttavia non costituiva un’aberrazione dovuta ad una congiuntura storica particolare, ma s’inseriva nel solco di una tradizione consolidata che affondava le sue radici nelle premesse ideologiche del sionismo. Per cogliere appieno il senso delle relazioni tra Germania nazista e movimento sionista è necessario quindi riandare alle origini del sionismo come ideologia e come movimento politico.

Caposaldo del sionismo è l’idea che gli ebrei non siano semplicemente coloro che professano o si sentono in qualche modo legati alla religione ebraica, ma che costituiscano invece una vera e propria nazione. Sotto quest’aspetto il sionismo non si differenziava molto dal nazionalismo ebraico del Bund (abbreviazione di Allgemeiner yiddisher Arbeterbund, Unione generale dei lavoratori ebrei di Lituania, Polonia e Russia); [22] a marcare la peculiarità del sionismo tuttavia era il fatto che per esso l’autodeterminazione nazionale degli ebrei, vale a dire l’oggettivazione della nazione in Stato, poteva aver luogo solo in una terra promessa d’oltremare, che per ragioni storiche, religiose ed emozionali fu identificata con la Palestina. Con questo secondo passaggio, che non scaturisce necessariamente dal primo – è bene sottolinearlo [23] – il nazionalismo ebraico si trasformava in un movimento di colonizzazione inserito appieno nell’espansione coloniale europea. Secondo i sionisti, quale che fosse la corrente a cui appartenevano, il punto fondamentale era l’esistenza di un legame di derivazione romantica tra suolo e popolo: l’esistenza degli ebrei della diaspora era in qualche modo incompiuta, ed essi avrebbero potuto uscire dalla loro supposta condizione di “senza patria” solo mettendo radici in un paese che fosse esclusivamente il loro.

Il sionismo come ideologia si era sviluppato a partire dalla rinascita culturale ebraica della seconda metà del XIX secolo, che di fronte all’emancipazione e all’assimilazione esprimeva il desiderio di un ritorno alle radici culturali ebraiche (anche se in realtà si trattava piuttosto di una reinvenzione, come sempre avviene con le “rinascite nazionali”), e costituiva una delle molteplici opzioni che si aprivano agli ebrei europei una volta usciti dal ghetto. [24] L’emergere del sionismo come movimento politico organizzato, dapprima con gli Amanti di Sion negli anni ’80 dell’Ottocento e successivamente con la fondazione dell’Organizzazione Sionista Mondiale (1897), è invece legato ad una causa esterna : l’ondata di antisemitismo che si abbatté sull’Europa, e in particolare sulla Russia zarista (patria del 95% degli ebrei europei), dove a partire dal 1881 violentissimi e reiterati pogrom antiebraici fecero centinaia di vittime. Sull’onda di queste terribili persecuzioni, moltissimi ebrei emigrarono in America e in Europa occidentale, mentre altri decisero di restare e lottare contro l’antisemitismo nelle fila dei vari movimenti rivoluzionari russi. Fu solo una minoranza infinitesimale ad optare per l’emigrazione in Palestina allo scopo di “ricostruire” una patria ebraica. L’odio antiebraico fu quindi il principale propulsore per lo sviluppo del sionismo come movimento politico, circostanza di cui quest’ultimo reca su di sé evidenti tracce, visto che il sionismo accetta e fa proprie le premesse dell’antisemitismo. Ciò è espresso in maniera esemplare nel testo fondativo del sionismo politico, Lo Stato ebraico di Theodor Herzl.

In questo celebre pamphlet Herzl scriveva di “comprendere l’antisemitismo”, [25] e analizzando il cosiddetto “problema ebraico” argomentava che, poiché “i popoli presso cui vivono gli ebrei sono tutti quanti antisemiti”, [26] una loro reale assimilazione non avrebbe potuto aver luogo se non in misura estremamente limitata: in questa maniera Herzl arrivava ad accettare la tesi antisemita della inassimilabilità degli ebrei, premessa da cui partiva la sua proposta di trattare quella ebraica come una questione nazionale la cui unica soluzione sarebbe stata la fondazione – garantita dal sostegno politico di qualche potenza – di uno Stato ebraico dove gli israeliti potessero trovare un sicuro rifugio. Creato tale stato, profetizzava Herzl, la condizione degli ebrei si sarebbe “normalizzata” e l’antisemitismo avrebbe cessato di esistere “ovunque e subito”. [27] Per spingere gli ebrei ad emigrare nella loro “terra promessa” Herzl intendeva servirsi proprio dell’antisemitismo: dalla partenza degli ebrei infatti i paesi antisemiti avrebbero avuto tutto da guadagnarci, giacché i capitalisti gentili si sarebbero liberati in un solo colpo sia dei loro concorrenti israeliti che dei numerosi socialisti di origine ebraica. È significativo che per il fondatore del sionismo politico a definire l’ebraismo come una nazionalità e gli ebrei come un popolo fosse proprio l’antisemitismo: “siamo un popolo – è il nemico a renderci tale, anche senza che noi lo vogliamo”. [28] Nella sua visione gli ebrei si configuravano quindi non come una comunità religiosa, linguistica e/o culturale, ma come una comunità tenuta insieme da un comune nemico. Se l’identità ebraica era definita dagli antisemiti, era del tutto logico che Herzl facesse proprie le premesse dell’antisemitismo, e non era per mero artificio retorico che Herzl riproponeva nel suo pamphlet molti stereotipi antiebraici (“noi popolo avido”, [29] scriveva) o che egli non si ponesse affatto il problema della lotta all’antisemitismo e alle discriminazioni, giacché era in essi che il sionismo trovava la giustificazione per la propria esistenza. Qualora ci si attenesse alla definizione di “popolo” data da Herzl, con la scomparsa dell’antisemitismo verrebbe paradossalmente meno lo stesso popolo ebraico, un rischio che egli stesso scongiurava affermando che comunque gli ebrei, come altri popoli, avrebbero sempre avuto abbastanza nemici. Da quanto scriveva Herzl risulta chiaro in che senso sionismo e antisemitismo condividono la medesima premessa. Per dirla con le parole di Nathan Weinstock,

Il sionismo subisce, in ultima analisi, il contagio del razzismo. Rivendicando non la specificità, ma l’alterità essenziale della propria condizione ebraica, cosa che postula l’ineguaglianza delle nazioni, fa sue le tesi antisemitiche. Facendo eco ai suoi persecutori, si raffigura “problematicamente” la propria esistenza in una società non ebraica, definendosi quindi come elemento perturbatore della armonia sociale. Spingendo l’alienazione fino al suo limite estremo, finisce con l’accettare il verdetto del razzista: l’ebreo deve scomparire. Atteggiamento sionista e mentalità antisemita sono simmetrici. […] Di qui una indiscutibile coincidenza d’interessi. [30]

Il fatto che sionismo e antisemitismo partano dalle stesse premesse non vuol dire ovviamente che il sionismo sia antisemita, ma certamente lo pone non come l’antitesi dell’antisemitismo, bensì come il suo complemento logico e politico. Nella misura in cui il sionismo respingeva l’assimilazione e poneva agli ebrei europei l’obiettivo politico del loro trasferimento en masse in Palestina, non poteva non trovare d’accordo gli antisemiti di ogni latitudine.

Di questo furono coscienti molti politici e intellettuali ebrei, sionisti e non, fin dalla nascita del movimento; valga per tutti l’esempio di Edwin Montagu, membro del governo britannico di origine ebraica, il quale nel 1915 osservò che “l’idea di restaurare il popolo ebraico nella terra che fu un tempo sua è spesso – temo – il desiderio a malapena mascherato di liberare il mondo protestante della sua popolazione ebraica”. [31] Lo storico del sionismo Georges Bensoussan liquida quest’affermazione come “una forma di odio di sé”, [32] che è la tipica strategia discorsuale utilizzata dai sionisti per delegittimare gli ebrei antisionisti, in quanto riducendo una presa di posizione politica a mero sintomo irrazionale di una presunta patologia psichica evita di affrontarne le argomentazioni logiche e politiche; [33] Bensoussan infatti non trova nessun argomento reale da opporre a quanto scriveva Montagu, né può trovarlo, perché l’affermazione di quest’ultimo era una semplice constatazione: non a caso una delle prime proposte di istituzione di uno Stato ebraico in Palestina era stata avanzata da un antisemita, l’ungherese Viktor Istoczy, alla Conferenza di Berlino del 1878. [34] Riassumendo la posizione degli ebrei antisionisti dei primi anni del Novecento, lo storico polacco Isaac Deutscher scrive che per essi “l’antisemitismo trovava il suo trionfo nel sionismo, il quale in pratica ammetteva come legittimo e valido il vecchio grido di « Ebrei, andatevene! ». I sionisti, infatti, accettavano di andarsene”. [35]

La conseguenza politica del rapporto di complementarità ideologica e politica che il sionismo intrattiene con l’antisemitismo fu che Herzl e i suoi successori cercarono alleati soprattutto tra i politici europei antisemiti. Si capisce ora perché tutta la storia del sionismo sia costellata di patti e “relazioni pericolose” con eminenti antisemiti: dagli incontri di Herzl con il Kaiser Guglielmo II e con il ministro degli Interni russo von Plehve (istigatore dei pogrom) al sostegno di Lord Balfour, feroce oppositore dell’immigrazione ebraica in Gran Bretagna oltre che autore della celebre dichiarazione che garantiva ai sionisti l’appoggio di Londra nella costruzione del loro “focolare nazionale” in Palestina; dall’accordo antibolscevico siglato nel 1921 da Žabotinskij con il massacratore di ebrei ucraino Petljura ai flirt con i governi antisemiti polacchi e con l’Italia fascista; [36] dagli accordi del 1933 e del 1938 con la Germania nazista fino alla campagna bombarola del 1950-51 contro la comunità ebraica irachena (una sorta di strategia della tensione ante litteram: gli attentati, compiuti da una rete clandestina sionista ma attribuiti a fanatici locali, ebbero la funzione di convincere gli ebrei iracheni che il paese mesopotamico non era più sicuro per loro e che dovevano emigrare in Israele) [37]: non si trattava né di malvagità né di opportunismo di singoli leader, bensì della necessità intrinseca del sionismo di servirsi degli antisemiti per spingere gli ebrei diasporici più recalcitranti ad emigrare in Palestina prima e in Israele poi. Un personaggio come l’esponente del Likud Moshe Feiglin, il quale non ha pudore nel tessere le lodi di Hitler, non è quindi un caso isolato di follia, bensì l’ultimo rappresentante di una lunga ed illustre lista.

Il debito ideologico del sionismo nei confronti dell’antisemitismo trova la sua massima incarnazione nella Legge del Ritorno del 1950 (cui sono stati aggiunti emendamenti nel 1954 e nel 1970), [38] autentica pietra miliare dello Stato di Israele perché stabilisce il diritto di ogni ebreo a stanziarsi sul suo territorio e ad acquisirne la cittadinanza attraverso una semplice domanda, facendo di Israele non semplicemente lo Stato degli ebrei residenti in Palestina, bensì lo Stato di tutti gli ebrei del mondo. Detta legge, che definisce come ebrea “una persona che è nata da madre ebrea oppure si è convertita all’ebraismo e non è affiliata ad un’altra religione”, [39] estende il diritto a “ritornare” anche ai coniugi di un/a ebreo/a e a quanti hanno almeno un ebreo fra i quattro nonni, “fatta eccezione per una persona che è stata ebrea e si è volontariamente convertita ad un’altra religione”. [40] È in questa definizione degli aventi diritto alla cittadinanza che la Legge del Ritorno manifesta le tracce della genealogia ideologica del sionismo, giacché i legislatori, non riuscendo a trovare una definizione di “ebreo” che potesse andare al di là di quella religiosa, hanno fatto ricorso a quella fornita dagli antisemiti: rientrano infatti tra i beneficiari della Legge tutti quelli che sarebbero stati considerati “ebrei” o “meticci” dalle famigerate Leggi naziste di Norimberga del 1935. In sostanza, la Legge del Ritorno è un calco a negativo delle Leggi di Norimberga. “Questa legge – come ha appropriatamente detto in un’intervista l’ex-dirigente laburista israeliano Avraham Burg – è uno specchio che riflette l’immagine di Hitler, e io non voglio che sia Hitler a definire la mia identità.” [41]

Alla luce di tutto questo, il sillogismo che equipara l’antisionismo all’antisemitismo risulta basato su premesse mendaci e su altrettanto mendaci conclusioni. Osserva a riguardo Judith Butler che “Il mancato riconoscimento del diritto all’esistenza di Israele può essere interpretato come un mancato riconoscimento del diritto all’esistenza del popolo ebraico solo se si pensa che Israele sia l’unica cosa che tiene in vita il popolo ebraico, o se si ritiene che tutto il popolo ebraico abbia affidato allo Stato di Israele […] l’esclusiva responsabilità della propria perpetuazione.” [42] Ma è evidente che Israele non è l’unica cosa che tiene in vita il popolo ebraico: questa possibilità è contraddetta dalla stessa narrazione sionista secondo la quale il popolo ebraico per 2000 anni non avrebbe mai cessato di voler “tornare” in Palestina: se il popolo ebraico è sopravvissuto per 2000 anni senza Stato, uno Stato ebraico non è evidentemente una conditio sine qua non per la sua sopravvivenza [43]. Inoltre se antisemitismo e antisionismo fossero la stessa cosa, osserva Isaac Deustcher, “allora gli ebrei esteuropei, nella loro stragrande maggioranza, non erano che degli antisemiti: una conclusione ovviamente assurda.” [44]

Beninteso, l’antisemitismo può anche essere antisionista, ma finché esso mira alla “pulizia etnica” nei confronti degli ebrei e alla loro espulsione verso la Palestina, esso è stato e sarà sempre un alleato oggettivo dei sionisti. Questo non toglie che, di fronte alla prospettiva dello sterminio molti sionisti abbiano partecipato individualmente o come sezioni locali di organizzazioni internazionali alla resistenza antinazista (c’è poi l’esempio della Brigata Ebraica palestinese inquadrata nelle armate alleate): il caso di Mordechai Anielewicz, giovanissimo militante di Ha Shomer Ha Tza’ir ed eroico comandante della rivolta nel ghetto di Varsavia, è certamente il più noto, ma non l’unico. Non si tratta qui di negare o svalutare questo contributo, ma di rendersi conto che esso ebbe luogo a dispetto della posizione del movimento sionista in generale, e non grazie ad esso. È importante dirlo e ribadirlo, perché la tendenza oggi egemone è quella dell’appropriazione nazionalistica da parte israeliana della resistenza ebraica allo sterminio: il ruolo dei sionisti in quest’ultima viene enfatizzato oltre misura, e specularmente viene invece minimizzato il contributo del Bund, dei comunisti e più in generale dei non-sionisti; emblematico il caso di Marek Edelman, vicecomandante della rivolta del ghetto di Varsavia e all’epoca militante del Bund, il cui libro sull’insurrezione ha dovuto attendere cinquantasei anni prima di essere pubblicato in ebraico, perché contraddiceva la versione dei fatti propagata dall’establishment israeliano. [45] Parallelamente, invece, si tende a tacere il ruolo dei dirigenti sionisti che collaborarono attivamente allo sterminio in qualità di dirigenti degli Judenräte o dei corpi di polizia ebraica dei ghetti (fra i casi più importanti, vanno ricordati quelli di Chaim Rumkowski, Jacob Gens, Ephraim Barasz, Salek Desler, Moses Merin, Abraham Gancwajch): un esempio emblematico di questa rimozione è il Dizionario dell’Olocausto di Walter Laqueur, che nelle voci dedicate a Gens, Rumkowski e Merin tace sistematicamente la loro appartenenza a questa o quella corrente sionista.

È quindi paradossale, alla luce di tutto questo, che oggi lo Stato di Israele possa arrogarsi il ruolo di guardiano della memoria della Shoah e di garante della democraticità e dell’antifascismo di personaggi come Fini, tanto più che l’appropriazione in chiave nazionalistica della memoria dello sterminio degli ebrei va di pari passo con la minimizzazione o la negazione di altri stermini: lo Stato di Israele infatti non solo non ha riconosciuto il genocidio degli armeni da parte dei turchi durante la Prima Guerra Mondiale, ma addirittura il suo presidente Shimon Peres ha definito tale genocidio come mere “chiacchiere” e ha affermato che il numero dei morti armeni era “insignificante” [46] (come è noto, furono sterminati più di un milione e mezzo di armeni). Tel Aviv del resto è stretta alleata di Ankara, e da sempre ha chiuso tutti e due gli occhi nei confronti del pedigree dei suoi alleati, dalla Germania Ovest dove pullulavano gli ex gerarchi nazisti [47] al Sudafrica dell’apartheid. Inoltre, presentandosi come erede delle vittime dello sterminio e presunto garante dell’antifascismo, lo Stato di Israele si pone in una posizione discorsiva che gli permette di etichettare automaticamente i suoi nemici come nazisti e antisemiti: come spiega Idith Zertal,

La nazificazione del nemico, quale che sia, e la trasformazione delle minacce alla sicurezza in pericolo di annientamento dello Stato, sembrano aver caratterizzato, salvo rare eccezioni, il discorso dell’élite politica, sociale e culturale israeliana. [48]

In questa visione ideologica e paranoica del mondo i vari Haj Amin al-Husayni, Gamal Abdel Nasser, Yasser Arafat, Saddam Hussein, Mahmud Ahmadinejad sono stati tutti in vari momenti dipinti come altrettante reincarnazioni di Hitler, come se la storia non consistesse in altro che in un’eterna ripetizione della Seconda Guerra Mondiale, senza alcun tipo di contestualizzazione storica concreta. Viceversa, i sionisti e i loro sostenitori occidentali si irritano terribilmente quando qualcuno paragona il modus agendi delle forze armate dello Stato di Israele a quello dei nazisti, ma non trovano nulla da ridire invece se un alto ufficiale israeliano dichiara pubblicamente che Tsahal deve prendere esempio dalla tattica utilizzata dalla Wehrmacht nel ghetto di Varsavia: [49] vale la pena ricordare a questo proposito che i primi ad equiparare il comportamento di Tsahal a quello dei nazisti furono proprio alcuni ministri del primo governo israeliano. [50] Riportare alla luce le relazioni pericolose tra il movimento sionista e la Germania nazista, in questo contesto, diventa una necessità non solo di chiarezza storica, ma anche e soprattutto di demistificazione ideologica, onde rendere possibile una critica radicale del sionismo. Certamente questo spiacerà a molti, ma come ha ammonito a suo tempo Isaac Deutscher, “Gli israeliani […] dovrebbero anche abituarsi all’idea che il loro stato non è esente da critiche: esso è un’opera terrena, non una sacra entità biblica, non uno stato nazionale « eletto ».” [51]

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 NOTE

[1] Theodor Herzl, The Diaries of Theodor Herzl, trad. inglese e cura di M. Lowenthal, New York, Dial Press, 1956, p. 7 (nostra traduzione).

[2] Riportato in Georges Bensoussan, Il sionismo. Una storia politica e intellettuale: 1860-1940, 2 voll., trad. it. di M. Guerra, Torino, Einaudi, 2007 [2002], p. 409.
[3] Nathan Weinstock, Storia del sionismo, 2 voll. trad. it. di N. De Vito e P. Sinatti, Roma, Samonà e Savelli, 1970 [1969], p. 136.
[4] Tom Segev, Il settimo milione. Come l’Olocausto ha segnato la storia di Israele, trad. it. di C. Lazzari, Milano, Arnoldo Mondadori, 2001 [1991], p. 182.
[5] Idith Zertal, Israele e la Shoah. La nazione e il culto della tragedia, trad. it. di P. Arlorio, Torino, Einaudi, 2007 [2002], p. 89.
[6] Riportato in Tom Segev, op. cit., p. 307.
[7] Ibidem.

[8] A questo proposito scrive la studiosa ebrea americana Judith Butler che l’accusa di antisemitismo contro chi critica la politica israeliana o mette in discussione il sionismo tout court costituisce uno strumento per “controllare il comportamento politico attraverso uno stigma insopportabile, […] un dispositivo per il quale, a livello del soggetto, si sta realizzando ciò che è già esplicitamente in atto a livello della società in generale, ossia la delimitazione, la selezione di ciò che può essere ammesso e detto nella sfera pubblica.” (Judith Butler, “L’accusa di antisemitismo: gli ebrei, Israele e rischi di una critica pubblica”, trad. it. di F. De Leonardis, in Vite Precarie, a cura di O. Guaraldo, Roma, Meltemi, 2004, pp. 153-4).

[9] Tom Segev, op. cit., p. 19.

[10] Ibidem.

[11] Moshe Beilinson, giornalista e scrittore sionista laburista (1889-1936), riportato in Tom Segev, op. cit., p. 18.

[12] Riportato in Tom Segev, ibidem.

[13] Hannah Arendt, La banalità del male: Eichmann a Gerusalemme, trad. it. di P. Bernardini, Milano, Feltrinelli, 2005 [1963], p. 48.

[14] Cfr. David J. Goldberg Verso la Terra promessa. Storia del pensiero sionista, trad. it. di P. Giordano, Bologna, Il Mulino, 1999 [1996], pp. 219-56 per una puntuale critica del revisionismo di destra come versione sionista del fascismo.

[15] Riportato in Tom Segev, op. cit., p. 22 e sgg.

[16] I verbali degli incontri si possono leggere in Renzo De Felice, Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo, Torino, Einaudi, 1993 [1961], pp. 512-24. Sulla questione dei rapporti tra fascismo e sionismo, si veda anche Furio Biagini, Mussolini e il sionismo, Milano, M&B Publishing, 1998.

[17] Riportato in Renzo De Felice, op. cit., p. 159.

[18] Il testo completo dei rapporti sulla missione in Palestina si trova in Renzo De Felice, op. cit., pp. 526-531.

[19] Riportato in Renzo De Felice, op. cit., p. 526.

[20] Riportato in Renzo De Felice, op. cit., 186.

[21] Riportato in Renzo De Felice, op. cit., 187.

[22] In realtà, fra il nazionalismo ebraico del Bund e quello sionista sussiste un’altra sostanziale differenza: se i bundisti identificavano empiricamente nella lingua yiddish il segno che determinava il carattere di minoranza nazionale, e non solo religiosa, della popolazione ebraica dell’impero zarista (e quindi identificavano nazione ebraica e yiddishkeit, cfr. Georges Bensoussan, op. cit., p. 402-3 e Ilan Greilsammer, Il sionismo, trad. it. di R. Riccardi, Bologna, Il Mulino, 2007 [2005], pp. 50-1), i sionisti miravano invece alla rinascita nazionale attraverso il revival della lingua ebraica, che comportava l’abbandono delle lingue diasporiche – definite dal fondatore del sionismo politico Theodor Herzl, che invece auspicava che il sionismo facesse propria una lingua “maggiore” come il tedesco, “lingue del ghetto […] idiomi atrofizzati e limitati […] lingue di prigionieri che le avevano rubate” (Theodor Herzl, Lo Stato ebraico, trad. it. di T. Valenti, prefazione di G. Lerner, Genova, Il Melangolo, 2003 [1896], p. 90) – e una cancellazione dei tratti culturali e psicologici identificati come “tipici” della diaspora, in favore della costruzione di un nuovo homo Hebraicus.

[23] Si può citare ad esempio lo storico e pensatore ebreo russo Shimen Dubnov (1860-1941) che pur essendo antisionista era anch’egli un nazionalista ebraico (proponeva l’autonomia degli ebrei all’interno dei paesi in cui vivevano); a differenza dei militanti del Bund, però, Dubnov non identificava l’ebraicità con il solo mondo yiddish, ma vi includeva tutti gli ebrei del mondo (cfr. Georges Bensoussan, op. cit., pp. 401-11 e Ilan Greilsammer, op. cit., pp. 52-3). Per quanti aderivano al nazionalismo ebraico dubnoviano gli ebrei erano sì una minoranza nazionale nei paesi dove vivevano, ma una minoranza nazionale autoctona, cosa che implicava, a differenza del sionismo, la lotta contro l’antisemitismo e per il riconoscimento dei propri diritti nazionali in loco.

[24] Sulle radici culturali del sionismo, che nella sua fase iniziale, come tutti i nazionalismi, trovò espressione soprattutto in ambito letterario e giornalistico e fu da subito legato alla rinascita della lingua ebraica, si rimanda a George Bensoussan, op. cit., pp. 3-126.

[25] Theodor Herzl, op. cit., p. 23.

[26] Theodor Herzl, op. cit., p. 34.

[27] Theodor Herzl, op. cit., p. 100.

[28] Theodor Herzl, op. cit., p. 39.

[29] Theodor Herzl, op. cit., p. 69.

[30] Nathan Weinstock, op. cit., p. 50. E infatti gli articoli di Herzl trovarono accoglienza sulle colonne del quotidiano antisemita La libre parole (ibidem).

[31] Riportato in Georges Bensoussan, op. cit., p. 416.

[32] Ibidem. Da notare che nella retorica sul presunto “odio di sé” è implicita l’equazione tutta ideologica tra sionismo ed ebraismo: se si ritiene che un/a ebreo/a, prendendo posizione contro il sionismo, stia manifestando odio per la propria ebraicità, è sottinteso che il sionismo metonimicamente stia per l’ebraismo nella sua interezza; poiché tuttavia l’ebraismo non può in nessun modo essere ridotto al sionismo, risulta palese l’inconsistenza delle premesse su cui si basa la retorica sul presunto “odio di sé”.

[33] Un altro esempio tipico è quello di Robert Wistrich, che nella voce “Negazionismo” del Dizionario dell’Olocausto curato da Walter Z. Laqueur (ed. it. a cura di A. Cavaglion, trad. it. di A. Bassan Levi, G. Cantoni De Rossi, L. Pellissari, E. Recchia, A. Serafini, Torino, Einaudi, 2004 [2001], p. 501) include arbitrariamente tra i negazionisti l’autore di Zionism in the Age of Dictators (London, Croom Helm, 1983) Lenni Brenner, sostenitore a suo parere di una “tesi delirante, che […] comportava una revisione radicale dei tragici eventi della seconda guerra mondiale”: la “tesi delirante” di Brenner in realtà non comportava nessuna revisione storica se non quella del mito nazionalista che presenta il sionismo come irriducibile avversario del nazismo; quanto affermava Brenner era né più né meno che un dato di fatto, ossia che i sionisti avessero fatto dei patti con i nazisti prima della guerra e che in seguito “avessero cinicamente approfittato dell’Olocausto anche dopo che i loro capi avevano colluso con i nazisti nel genocidio degli ebrei” (ibidem). Definendo la tesi di Brenner “delirante” Wistrich retoricamente evita di affrontare l’argomentazione dello studioso americano (che essendo ebreo è difficilmente tacciabile di antisemitismo), sancendone la pertinenza nell’ambito della psichiatria. Ma è lo stesso Wistrich a confermare involontariamente l’arbitrarietà dell’inclusione di Brenner tra i negazionisti, quando afferma nella stessa frase che “Più che di una negazione dell’Olocausto si trattava di una tesi delirante” (ibidem). Brenner in realtà non nega affatto l’Olocausto, come chi legge potrà constatare di persona consultando la versione on-line del suo libro all’URL

< www.solargeneral.com/library/ZionismInAgeOfDictators.pdf >.

[34] Georges Bensoussan, op. cit., p. 397.

[35] Isaac Deutscher, L’ebreo non ebreo e altri saggi, a cura di T. Deutscher, trad. it. di F. Franconeri, Milano, Arnoldo Mondadori, 1969 [1968], p. 82. A questo proposito è indicativo un parallelo con quanto sta avvenendo in questi giorni in Italia: uno dei più esagitati istigatori della pulizia etnica contro i rom, il segretario nazionale della Fiamma Tricolore Luca Romagnoli (un fascista dichiarato), ha proposto al parlamento europeo la creazione di uno Stato rom in Europa orientale.

[36] Tom Segev, op. cit., p. 24; Georges Bensoussan, op. cit., p. 1246.

[37] Ilan Pappé, A History of Modern Palestine. One Land, Two Peoples, Cambridge, Cambridge UP, 2004, p. 177; David Hirst, Senza pace. Un secolo di conflitti in Medio Oriente, trad. it. di G. Lupi, San Lazzaro di Savena (Bo), Nuovi Mondi Media, 2004 [1977], pp. 204-11.

[38] Il testo completo della Legge del Ritorno è disponibile in inglese sul sito della Knesset all’URL

< www.knesset.gov.il/laws/special/eng/return.htm >.

[39] The Law of Return 5710 (1950), Section 4B < www.knesset.gov.il/laws/special/eng/return.htm > (nostra traduzione).

[40] The Law of Return 5710 (1950), Section 4A < www.knesset.gov.il/laws/special/eng/return.htm > (nostra traduzione).

[41] In Ari Shavit, “Leaving the Zionist Ghetto” [intervista con Avraham Burg], Ha’aretz, June 9, 2007.

[42] Judith Butler, op. cit., pp. 137-8.

[43] Questo a prescindere dal carattere ideologico di detta affermazione, la quale presuppone l’esistenza di un solo popolo ebraico, astraendo dalle particolarità storiche delle molteplici esperienze dell’ebraismo e costruendolo come un soggetto omogeneo ed etnicamenente “puro” (come se tutti gli ebrei contemporanei fossero i discendenti degli antichi Ebrei, ignorando le conversioni che ebbero luoghi in diversi luoghi e tempi), laddove si tratta invece, secondo un classico procedimento nazionalista, della costruzione discorsiva di una “comunità immaginata” (cfr. Benedict Anderson, Imagined Communities, London-New York,Verso, 2006 [1983]). Chi scrive ritiene invece assai più rispondente al vero l’affermazione del rabbino inglese David J. Goldberg, storico del pensiero sionista, secondo il quale l’idea che gli ebrei fossero una nazione è un mito, giacché gli ebrei “erano, e sono, diversi popoli ebraici” (David J. Goldberg, op. cit., p. 305).

[44] Isaac Deutscher, op. cit., p. 82. Secondo Georges Bensoussan (op. cit., p. 405), nel 1898 i membri del movimento sionista erano circa 100.000, ossia solo l’1% degli ebrei del mondo.

[45] Idith Zertal, op. cit., p. 27 e sgg.

[46] Riportato in Norman G. Finkelstein, L’industria dell’Olocausto. Lo sfruttamento della sofferenza degli ebrei, trad. it. di D. Restani, Milano, Rizzoli, 2002, p. 114.

[47] Hannah Arendt (op. cit., p. 24) fa notare ad esempio che degli 11.500 magistrati della Germania federale circa 5.000 avevano lavorato nei tribunali nazisti. Fra gli ex-nazisti di rango riciclati va ricordato uno stretto consigliere del cancelliere Adenauer, il giurista Hans Globke, già commentatore delle Leggi di Norimberga.

[48] Idith Zertal, op. cit., p. 185.

[49] Riportato in Norman G. Finkelstein, ibidem.

[50] Si trattava del ministro dell’Agricoltura Aharon Cisling, il quale nella riunione del governo del 17 novembre 1948, a proposito di alcuni massacri commessi dalle truppe israeliane ai danni di civili palestinesi, dichiarò di non riuscire a dormire la notte al pensiero che degli ebrei avessero “commesso delle azioni naziste” (riportato in Benny Morris, The Birth of the Palestinian Refugee Problem Revisited, Cambridge, Cambridge UP, 2004, p. 488, nostra traduzione).

[51] Isaac Deutscher, op. cit., p. 141.

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