Medici israeliani che tradiscono la loro formazione

Un articolo del giornalista israeliano Gideon Levy, una delle poche eccezioni nella grande maggioranza di quelli completamente omologati al governo israeliano.
[Con i dovuti distinguo, questo articolo potrebbe valere anche per certi medici delle carceri italiane.]

di Gideon Levy.

Dalle guardie carcerarie e dal personale del servizio segreto Shin Bet nessuno si aspetta alcuna compassione o umanità. Ma dove sono i medici?

Hanno studiato medicina. Forse i loro genitori li hanno spinti a diventare medici o forse hanno avuto l’ardente desiderio di entrare in questa professione da quando erano bambini. Hanno certamente pensato a una bella carriera, ma anche alla santità di questa professione, alla nobile aspirazione di salvare vite umane e curare i malati. Di certo hanno letto il giuramento di Ippocrate, un documento molto commovente. Nella versione ebraica del giuramento, che è stato composto dal Prof. Lipman Halpern nel 1952, hanno anche giurato che avrebbero “aiutate tutti i malati, indipendentemente dal fatto che siano stranieri, o gentili, o cittadini umiliati, o quelli rispettati.”

Hanno studiato medicina a Gerusalemme, a Mosca, a Budapest o a Odessa. Sognavano una carriera, ma, alla fine, si sono ritrovati a lavorare come medici nelle prigioni di Israele o nel servizio di sicurezza Shin Bet, anche se anche lì non avevano motivo di vergognarsi della loro professione. Alcuni di loro hanno certamente incontrato il caso di Maysara Abuhamdieh, un prigioniero che stava scontando una condanna a vita. Nel mese di agosto 2012, Abuhamdieh ha lamentato forti dolori alla gola. Solo dopo sei mesi (!) – vale a dire solo lo scorso febbraio – gli è stato diagnosticato un carcinoma dell’esofago. Solo dopo che erano già trascorsi due mesi – cioè il 30 marzo – è stato deciso che sarebbe stato ricoverato nel Soroka Medical Center di Be’er Sheva. È morto due settimane dopo.

Durante quei mesi critici, la sua famiglia ha fatto disperato appello ai Medici per i Diritti Umani – Israele: il loro amato Maysara riusciva a malapena a parlare a causa del dolore e rabbrividivano al pensiero che non potesse ricevere cure mediche appropriate. Un mese fa, un rappresentante di quella organizzazione ha presentato ad un alto ufficiale medico della polizia penitenziaria, il sovrintendente capo dottor Goldstein Liav, la richiesta urgente che il prigioniero potesse ricevere cure mediche. Goldstein non si è nemmeno preso la briga di rispondere.

In Israele una legge del 2001, che disciplina il rilascio anticipato dei prigionieri, autorizza il comitato per la grazia del servizio carcerario di organizzare il rilascio anticipato di un detenuto che abbia i giorni contati. In questo caso, il comitato ha funzionato a un ritmo spaventosamente lento. Quando questa settimana è stato chiesto di spiegare perché Abuhamdieh, che stava chiaramente morendo, non è stato subito rilasciato, il Commissario Nazim Sabiti, comandante del distretto meridionale della polizia penitenziaria, ha semplicemente affermato che una riunione del consiglio di amministrazione è stata effettivamente tenuta sul tema della liberazione del prigioniero.

Tutto ciò e’ accaduto sotto l’occhio presumibilmente vigile di medici che hanno fatto il giuramento di Ippocrate. Questi stessi medici permettono il ricovero di prigionieri che sono ammanettati mani e piedi anche se in gravi condizioni, come è avvenuto con Abuhamdieh.
Questi stessi medici hanno visto la situazione di un altro prigioniero, Zuheir Lubada, i cui reni e fegato erano malati e che stava morendo. Lubada è stato rilasciato dal carcere solo dopo che è entrato in coma ed era in gravi condizioni; è morto una settimana dopo. Questi stessi medici consentono la pratica scandalosa dell’isolamento per mesi e persino anni alla fine, nonostante la relazione del comitato etico dell’Associazione Medica Israeliana che ha categoricamente dichiarato che questa pratica infligge danni fisici ed emotivi irreversibili sui detenuti.

Questi stessi medici hanno visto come Ben Zygier è stato messo in isolamento e hanno visto i risultati delle torture subite durante gli interrogatori dello Shin Bet. Hanno visto tutto questo e non hanno detto nulla. Hanno visto e hanno dato la loro autorizzazione, nonostante le disposizioni del loro comitato etico, secondo il quale: “Ogni medico che ha assistito a un interrogatorio o tortura effettuata in violazione delle convenzioni internazionali dovrà riferire la violazione alle autorità competenti”. Abbiamo mai sentito di anche un solo medico che abbia riferito di procedure improprie, che abbia fatto clamore, che abbia emesso un avviso o che addirittura abbia dato le dimissioni di fronte a una tale violazione delle convenzioni internazionali?

“Questo è il cancro della occupazione”, è stata la diagnosi di un medico, il dottor Ahmed Tibi MK (United Arab List – Ta’al), che ha scritto quella frase questa settimana sulla sua pagina Twitter, in risposta alla morte di Maysara Abuhamdieh, che ha infine ceduto al cancro. Come Zygier, Abuhamdieh era il prigioniero X; poche persone sapevano della sua malattia, e non è certo che gli fu dato il trattamento medico a cui aveva diritto come essere umano. Certamente le guardie carcerarie hanno visto e non hanno detto niente, e lo Shin Bet ha ritardato il rilascio anticipato di Abuhamdieh dalla prigione che avrebbe potuto almeno farlo morire circondato dai membri della sua famiglia. Dalle guardie carcerarie e dal personale dello Shin Bet nessuno si aspetta alcuna misura di compassione e umanità. Ma dove erano i medici?

La prossima volta che Israele manda un gruppo di medici in un’area disastrata all’estero e suoi medici lavorano sodo per fornire assistenza medica alle vittime di quel disastro, non bisogna dimenticare i loro colleghi, i medici che non dicono nulla, che chiudono gli occhi, che non offrono l’aiuto medico necessario qui in Israele, nelle carceri e nelle stanze degli interrogatori. Anche loro sono medici e un giorno firmarono anche il giuramento di Ippocrate.

Traduzione di Angelo Stefanini from here

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