Sulla cittadinanza onoraria a Grossman proposta dal comune di Cagliari

“Hanno letto qualcosa dell’autore?” Chiede il giornalista di un giornale sardo a proposito della proposta del comune di dare la cittadinanza onoraria di Cagliari a David Grossman e della protesta conseguente dell’ass. Sardegna -Palestina. A suo avviso non c’è ragione di negare tale onorificenza allo scrittore israeliano da lui ritenuto “uomo di pace” e non “uno spietato sionista degno compare del male assoluto secondo un certo retroterra antisemita”. In fondo è uno dei più importanti scrittori del mondo e del resto si potrebbe dare la cittadinanza onoraria anche a uno scrittore palestinese. Alla prima questione risponderei, -si, caro giornalista. Abbiamo letto qualcosa e più di qualcosa. Ma questo aspetto lo approfondirò più avanti. Riguardo la seconda questione sarei tentata di proporre di dare la cittadinanza onoraria alla memoria di Mahmud Darwish, uno dei più grandi, forse il più grande poeta del mondo, per compensare un po’ quel premio nobel per letteratura che gli fu negato grazie alle pressioni israeliane in quanto Darwish era palestinese. Ma confesso di trovare davvero fastidioso questo stile equidistante. Perchè si dovrebbe concedere tale onoreficenza a uno scrittore palestinese solo per compensare quella di Grossman? Forse che i palestinesi esistono in conseguenza degli israeliani e non sono invece un popolo ricco di cultura e di storia che annovera tra le sue fila giganti della letteratura e della poesia?

Ma veniamo a Grossman: le sue ambigue posizioni politiche sono state già spiegate dal documento dell’ass. Sardegna-Palestina, quindi non le ripeterò. Voglio citare invece alcuni stralci di un’intervista in cui lo scrittore afferma:

”Viviamo nella paura di non poter esistere più, la terra ci trema sempre sotto i piedi. Nei vostri media appariamo forti e arroganti in realtà siamo terrificati. Adesso siamo 6 milioni, come le vittime della Shoah (e come i profughi palestinesi). Ogni 10 anni c’è una nuova fonte di angoscia: oggi è l’Iran, potrebbe dotarsi di nuove armi atomiche”.

In questo quadro gli israeliani sono dipinti ancora una volta come vittime. Magari vittime colpevoli, ma sempre vittime. Loro sono terrificati…e cosa dovrebbero dire i bambini di Gaza preda dell’embargo e esposti ad ogni possibile pericolo dai bombardamenti agli spari nella buffer zone, dalla denutrizione all’avvelenamento del suolo dell’aria e delle acque? E mentre l’Iran “potrebbe” dotarsi di nuove armi atomiche Israele queste armi le possiede già essendo l’unica potenza nucleare del Medio Oriente.

Grossman, che fa parte del famoso terzetto (di scrittori propagandisti di Israele e considerati pacifisti da chi non li ha letti bene) assieme a Oz e Yoshua, in occasione dell’uccisione da parte di Israele di 9 attivisti della nave “Mavi Marmara” diretta a Gaza per rompere l’assedio, dopo aver giustamente criticato l’operato della marina israeliana aggiunge:

“E’ chiaro che le mie parole non esprimono consensi alle motivazioni nascoste o evidenti e talvolta malvage di alcuni partecipanti del convoglio diretto a Gaza. Non tutti sono pacifisti animati da intenzioni umanitarie”. Ed ecco che il suo dissenso, la sua critica vengono sminuiti e annegati nel suo omologarsi alla posizione ufficiale israeliana secondo cui quelli non erano pacifisti, ma “nemici di Israele” che come sappiamo deve difendersi.

La sua opinione sui palestinesi con i quali predica il dialogo emerge da un altra intervista in cui si esprime in questi termini:

“Siamo circondati da nemici! I palestinesi non sono partner cordiali né affidabili”.

Certo, se i palestinesi fossero più gentili le cose andrebbero meglio…

La situazione psicologica degli israeliani che è stata descritta da Grossman come una situazione di continuo terrore è diversamente spiegata da un altro scrittore israeliano il poeta Aharon Shbtai:

“Tutti i traumi di una società caratterizzata dall’omicidio politico e dallo sfruttamento di terre occupate vengono interiorizzati individualmente suscitando problemi che isolano l’individuo in una massa nazionalistica. Questi problemi sono sempre visti come privati , l’individuo diventa un paziente, e affonda in un’eterna infanzia come i “Giganti dell’età dell’argento” di Esiodo ciascuno “allevato per cento anni al fianco della propria madre” un perfetto idiota che gioca come un bimbo dentro le pareti domestiche.”

Per gli scrittori funziona il metodo della cooptazione, essi vengono per così dire adottati, se sono un po’ dissidenti o si oppongono a parole all’occupazione tanto meglio, saranno poi più credibili quando sosterranno il regime nelle situazioni importanti, come ad esempio bombardamenti e invasioni, o imbrogli gonfiati al massimo come la generosa offerta di Barak che Arafat avrebbe rifiutato. “Gli scrittori di questo tipo non consegnano un messaggio politico alla letteratura” aggiunge Shabtai:

“al contrario sublimano nella cultura ciò che è politico. Sotto la loro penna l’occupazione diventa la psicomachia dell’anima bella, tormentata di Israele. Sono riusciti a farne un cliché del discorso culturale israeliano. Alla fine l’occupazione è stata espunta dal campo della lotta politica per diventare grafomania”.

Come scrittrice credo molto nella potenza della parola e penso che

lo scrittore non possa rimanere ad osservare il mondo, lo scrittore deve partecipare e prendere posizione cercando di influenzare, per quello che può il pensiero generale. Questo lo sanno bene anche al dipartimento per la letteratura del ministero degli esteri israeliano. Dan Orian che dirigeva questo settore vede la letteratura israeliana come parte dello sforzo di pubbliche relazioni prodotto da Israele. Egli ha affermato “La cultura è uno strumento magnifico per aiutare la carretta a correre liscio”.

“La letteratura ha una funzione etica e politica. E uso politico nel senso classico. Ciò che mette alla prova la letteratura è la misura in cui essa coopera o meno con il regime nel costruire il consenso. Nelle condizioni barbariche in cui ci troviamo , agli scrittori si richiede di prendere la parola, di assumere una posizione politica chiara ed etica, in una parola di resistere” conclude Aharon Shabtai.

La letteratura israeliana è spesso usata per farci dimenticare i crimini di Israele che tenta attraverso essa di presentarci una faccia diversa. Più umana, più accettabile, rendendoci partecipi e se possibile complici. Questa funzione propagandistica è svolta egregiamente dal terzetto Oz-Yoshua-Grossman.

Ciò che ha sempre amareggiato i palestinesi è stata la difficoltà di raccontare la propria storia mentre la narrazione israeliana veniva universalmente accolta. Questo riconoscimento allo scrittore David Grossman è un riconoscimento all’ipocrisia di Israele la cui politica è di commettere crimini efferati e poi di negare tutto.

 thanks to: Miriam Marino

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