Pace è guerra: i negoziati, il colonialismo di insediamento israeliano e i palestinesi

Convegni di studio su “Gli accordi di Oslo – 20 anni dopo”

Roma 3 ottobre, Milano 4 ottobre, Torino 5 ottobre 2013

Relazione di Joseph Massad* a Milano e Torino

Pace è Guerra: i negoziati, il colonialismo di insediamento israeliano e i palestinesi

Fin dall’inizio del suo progetto coloniale, il sionismo ha insistito nel sostenere che avrebbe cercato di colonizzare la Palestina “pacificamente”, che la colonizzazione del paese non avrebbe danneggiato la popolazione autoctona, che invece ne avrebbe tratto beneficio. Lo stesso fondatore del movimento, Theodor Herzl, ha fornito due visioni di questo futuro, una visione pubblica romanzata, pubblicizzata nel suo romanzo utopico Altneuland, secondo la quale la Palestina sarebbe diventata uno stato ebraico che avrebbe favorito la coesistenza con gli arabi, arabi che sarebbero stati felici e grati di essere colonizzati e civilizzati dagli ebrei europei, e una strategia segreta, logistica e pratica, per espellere la popolazione araba fuori dal paese, espressa con dovizia di particolari nei suoi Diaries. Il doppio approccio di Herzl, di dichiarare intenzioni pacifiche a uso e consumo pubblico, dietro le quali cercava di nascondere la violenta strategia sionista di conquista della terra dei palestinesi sarebbe stata adottata in seguito completamente dalla politica israeliana e continua ancora oggi a esserne una pietra miliare.

In effetti, molto prima che George Orwell rendesse popolare l’espressione “guerra è pace”, nel suo romanzo del 1949, il sionismo aveva già chiaro che la sua strategia coloniale dipendeva da una deliberata e insistente confusione dei termini binari “guerra” e “pace”, in modo che ciascuno di essi si nascondesse dietro l’altro, all’interno di una stessa strategia: “pace” sarà sempre il termine usato in pubblico per indicare una guerra coloniale e “guerra”, quando diventasse necessaria e pubblica nella forma di invasioni, verrebbe definita come il mezzo principale per raggiungere l’anelata “pace.” Condurre guerra come pace è così centrale per la propaganda sionista e israeliana che l’invasione del Libano del 1982, nella quale furono uccisi 20.000 civili, fu denominata operazione “Pace in Galilea”. Guerra e pace, quindi, sono gli strumenti di un unico obiettivo strategico finale, la colonizzazione della Palestina da parte degli ebrei europei e la sottomissione e l’espulsione della popolazione nativa della Palestina.

Per portare a compimento l’espulsione dei palestinesi e la costituzione di una colonia di insediamento ebraica, Herzl cercò l’appoggio delle potenze che controllavano il destino della Palestina. Mentre i suoi assidui sforzi di corteggiare gli ottomani e di persuaderli di concedergli una possibilità sono falliti, la leadership sionista dopo di lui ha adottato la sua strategia e con successo si è assicurata l’appoggio della Gran Bretagna che si impadronì della Palestina dopo la prima guerra mondiale, come pure della clientela hashemita che la Gran Bretagna mise a capo dell’Iraq e della Transgiordania. Gli inglesi stessi si impegnarono nella loro famigerata Dichiarazione Balfour a far sì che la colonizzazione da parte degli ebrei europei della Palestina avvenisse pacificamente, sotto la loro egida, in modo che “nulla sarà fatto che possa pregiudicare i diritti civili e religiosi delle esistenti comunità non ebraiche in Palestina”. Dopo la seconda guerra mondiale, i sionisti si sono assicurati con successo l’appoggio statunitense al loro progetto coloniale.

Il leader sionista Vladimir Jabotinsky, seguendo la strategia di Herzl volta a garantirsi la protezione delle maggiori potenze mondiali, ha formulato come segue la posizione sionista:

La colonizzazione sionista deve o fermarsi, oppure procedere senza riguardo alla popolazione nativa. Il che significa che può procedere e svilupparsi solamente sotto la protezione di un potere indipendente dalla popolazione nativa dietro un muro di ferro che la popolazione nativa non può abbattere. Questa è la nostra politica verso gli arabi; non quella che dovrebbe essere, ma quelle che realmente è, che lo si ammetta o no. Che bisogno c’è, altrimenti, della Dichiarazione Balfour? O del Mandato? Il loro valore per noi è che il Potere esterno si è impegnato a creare nel paese condizioni di amministrazione e di sicurezza tali che se la popolazione nativa volesse contrastare il nostro lavoro, lo troverebbe impossibile.

Questo non significa che i sionisti avevano abbandonato le loro assicurazioni pubbliche che la colonizzazione “pacifica” del paese non avrebbe danneggiato i palestinesi, mentre contemporaneamente impiegavano i mezzi più violenti per espellerli dalla loro terra È stato questo impegno pubblico sionista per la “pace” con i palestinesi la cui terra cercavano di conquistare che provocò l’ira di Jabotinski. L’assunto dei leader sionisti che i palestinesi erano corruttibili, che potevano essere comprati e che avrebbero accettato la dominazione degli ebrei in cambio di benefici economici nominali, fu decostruito da Jabotinsky punto per punto. Già nel 1923, dichiarò che:

I nostri mercanti di pace stanno cercando di persuaderci che gli arabi sono o stupidi al punto che possiamo ingannarli mascherando i nostri propositi reali, o corrotti al punto da poter essere indotti con il denaro a lasciare a noi la loro rivendicazione di priorità in Palestina, in cambio di vantaggi economici e culturali. Respingo questa concezione degli arabi palestinesi. Culturalmente sono 500 anni dietro di noi, non hanno né la nostra resistenza, né la nostra determinazione; ma sono buoni psicologi come noi…Noi possiamo raccontargli qualsiasi cosa ci piaccia sulla innocenza dei nostri obiettivi, attenuandoli e addolcendoli con  parole melliflue per renderli graditi, ma loro sanno ciò che vogliamo, come noi sappiamo ciò che loro non vogliono. Essi sentono almeno lo stesso amore istintivo e geloso della Palestina, come i vecchi aztechi lo sentivano per il vecchio Messico, e i Sioux per le loro praterie ondulate.

Per Jabotinsky, il razzismo della leadership sionista la stava accecando fino a minare la sua strategia. A suo avviso nessuna quantità di denaro e nessun profluvio di parole melliflue ha mai convinto un popolo a consegnare il suo paese a conquistatori stranieri ed era, quindi, convinto che i palestinesi dovevano essere sconfitti militarmente come precondizione per la loro acquiescenza al progetto sionista di rubare il loro paese. A questo proposito ha aggiunto:

Immaginare, come fanno i nostri filo-arabi, che [i palestinesi] permetteranno
volontariamente la realizzazione del sionismo, in cambio di convenienze morali e materiali che il colono ebraico porta con sé, è una nozione puerile, che ha al fondo una sorta di disprezzo per il popolo arabo; significa che disprezzano la razza araba, che la considerano una plebaglia corrotta che può essere comprata o venduta, pronta a rinunciare alla sua patria per un buon sistema ferroviario…Non c’è nessuna ragionevolezza in queste opinioni. Può succedere che qualche arabo prenda una tangente. Ma questo non significa che il popolo arabo della Palestina, nel suo complesso, venderà quel fervente patriottismo che difendono così gelosamente e che nemmeno gli abitanti della Papuasia venderebbero mai. Ogni popolazione nativa nel mondo resiste ai colonialisti fino a quando ha la più piccola speranza di sbarazzarsi del pericolo di esserecolonizzata.

Quindi per Jabotinsky il modo appropriato e corretto di assicurarsi l’acquiescenza palestinese è quello di rimuovere qualsiasi possibilità che essi possano mai fermare la colonizzazione del loro paese o rovesciarla una volta che sia stata ottenuta. Tutto questo sarà portato avanti, innanzitutto, assicurandosi uno sponsor imperiale per la costituzione di una colonia di insediamento ebraica e creando quello che ha chiamato un “muro di ferro”, difeso da un esercito sionista che i palestinesi non siano in grado di sconfiggere. Solo allora, ha concluso, i palestinesi saranno pronti per un accordo pacifico con i loro conquistatori coloniali:

Questo non significa che non ci può essere nessun accordo con gli arabi palestinesi. Quello che è impossibile è un accordo volontario. Fino a quando gli arabi sentiranno che c’è la minima speranza di liberarsi di noi, rifiuteranno di rinunciare a questa speranza in cambio di parole gentili o di pane e burro, perché non sono una feccia, ma un popolo vivo. E quando un popolo vivo cede su questioni di carattere così vitale, questo avviene solo quando non c’è più alcuna speranza di sbarazzarsi di noi, perché non possono fare alcuna breccia nel muro di ferro. Non abbandoneranno, fino a quel momento, i loro leader estremisti il cui slogan è: “Mai”! Poi la leadership passerà a gruppi moderati che si rivolgeranno a noi con una proposta sulla quale dobbiamo entrambi concordare reciproche concessioni. Allora possiamo aspettarci che discutano onestamente le questioni pratiche, come la garanzia contro la espulsione degli arabi, o i diritti eguali per i cittadini arabi, o l’integrità nazionale araba…E quando questo accadrà, sono convinto che noi ebrei saremo pronti a dare loro garanzie soddisfacenti, affinché entrambi i popoli possano vivere insieme in pace come buoni vicini.

Le tesi di Jabotinsky avrebbero guidato tutti i settori del movimento sionista dopo di lui, compreso il Labor Sionista dominante, guidato da Ben Gurion. Come Herzl, Ben Gurion avrebbe sostenuto la pace con i palestinesi pubblicamente, affermando che gli interessi dei colonialisti e dei nativi non erano in contraddizione, ma nello stesso tempo pianificava, in modo strategico, la guerra contro i palestinesi negli incontri con la leadership sionista. Ma a guidarlo sarebbe stata la logica degli argomenti di Jabotinsky. Nel 1936, durante la grande rivolta palestinese contro la colonizzazione sionista e l’occupazione britannica, Ben Gurion dichiara:

”Non è per stabilire la pace che noi abbiamo bisogno di un accordo. Senz’altro la pace è un problema vitale per noi. È impossibile costruire un paese in uno stato di guerra permanente, ma pace è per noi un mezzo. Lo scopo finale è la completa e piena realizzazione del sionismo. Noi abbiamo bisogno di un accordo solo per questo”.

Facendo eco alle parole di Jabotinsky, Ben Gurion capiva che un accordo complessivo di pace con i palestinesi era inconcepibile negli anni ’30, quando i coloni ebraici erano ancora una minoranza armata e bellicosa nella terra dei palestinesi. E concludeva:

”soltanto dopo una totale perdita di speranza da parte degli arabi, perdita che avverrà non solo per il fallimento dei disordini e dei tentativi di rivolta, ma anche come conseguenza della nostra crescita nel paese, gli arabi accetteranno di consentire a un Israele ebraico”.

Elaborando il concetto che pace è guerra Ben Gurion spiegava in modo molto chiaro ai suoi seguaci sionisti che qualsiasi accordo con gli arabi doveva essere definito formalizzando la loro capitolazione alla colonizzazione sionista. Questo dichiarò nei primi mesi del 1949, dopo il trionfo militare dei sionisti e la costituzione di una colonia di insediamento. “L’Egitto…è un grande Stato. Se potessimo arrivare a concludere con lui la pace, sarebbe per noi una notevole conquista”. Questa “conquista” doveva aspettare 30 anni, ma quando fu realizzata con gli accordi di Camp David con Anwar Sadat nel 1978, avrebbe sancito il riconoscimento da parte dell’Egitto della legittimità della colonia d’insediamento ebraica e il rifiuto della sovranità e dei diritti dei palestinesi, a eccezione di qualche piano “autonomo” differito e il consenso dell’Egitto a non ristabilire mai la sovranità sul Sinai, che Israele avrebbe restituito a un controllo egiziano parziale senza sovranità. La “conquista” dell’Egitto, della quale Ben Gurion parlò nel 1949, fu completata
a Camp David. In quel momento i palestinesi, rappresentati dall’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP), non avevano ancora accettato formalmente il fatto che la colonizzazione del loro paese fosse irreversibile e continuarono a tentare la sua liberazione dal colonialismo ebraico europeo.Il concetto di pace come mezzo per ottenere maggiori conquiste coloniali ha continuato a essere radicato nelle considerazioni sioniste e sarebbe stato perseguito insieme alla guerra convenzionale, anche dopo Camp David, come è dimostrato dalle numerose invasioni del Libano negli anni ’70, ’80, ’90 e nel nuovo secolo. Anche se queste guerre sono state condotte esplicitamente come parte della ricerca israeliana di “pace” per conseguire i suoi obiettivi coloniali. La convocazione statunitense della “conferenza di pace” del 1991 a Madrid, alla quale furono invitati Israele e tutti i protagonisti arabi, escludendo l’OLP, non avrebbe inaugurato una nuova fase nella strategia israeliana, formalizzata nel suo nuovo approccio a partire dal 1977 – in particolare concludendo accordi di “pace” con leader arabi e palestinesi che, nelle parole di Jabotinsky, avevano “rinunciato alla speranza”, si erano arresi completamente al colonialismo ebraico, e avevano promesso non solo di non resistere a Israele, ma di aiutarlo mentre continuava la guerra contro gli arabi e contro i palestinesi che continuavano a resistere alla logica coloniale del sionismo.

Anche per il cosiddetto “processo di pace” a guida statunitense, che era stato inaugurato dopo la guerra del 1973, il governo degli Stati Uniti, rappresentato dal Segretario di Stato Henry Kissinger, avrebbe completamente adottato il modello di Jabotinsky. Il piano di Kissinger, che avrebbe condotto in pochi anni alla resa dell’Egitto a Camp David, era quello di coinvolgere eventualmente l’OLP nei negoziati di “pace” alla fine, in modo che l’organizzazione sarebbe stata invitata solo dopo che Egitto, Giordania e Siria avessero riconosciuto e accettato l’irreversibilità della colonia d’insediamento ebraica. Kissinger dichiarò: ”Noi abbiamo bisogno di tenerli (l’OLP) sotto controllo e di coinvolgerli solo alla fine del processo”. Riconoscendo che l’OLP degli anni ’70, che già allora voleva cedere su molti dei diritti del popolo palestinese, non era ancora pronto a rassegnarsi completamente alla irreversibilità della colonizzazione di insediamento ebraica, Kissinger aggiunse: ”Noi (ora) non possiamo accettare la minima richiesta dell’OLP, allora perché parlare con loro?” Kissinger spiegò che “il riconoscimento avverrà solo dopo che i governi arabi saranno soddisfatti.” Mentre gli Stati Uniti non potevano concedere il minimo all’OLP negli anni ’70, Israele ne sarebbe stato capace negli anni ’90.

È in questo scenario che venti anni fa l’OLP si arrese completamente a Israele e accettò la colonizzazione della Palestina, in quelli che sono noti come gli Accordi di Oslo. L’abbandono della lotta anti-coloniale sarebbe stata prima formalizzata con la dissoluzione ufficiosa dell’OLP, in particolare nella parte del suo nome “Liberazione”, e il suo riemergere come Autorità Nazionale Palestinese, una autorità che non cercava più di liberare nulla, ancor meno di offrire una qualche resistenza al colonialismo. Invece l’ANP avrebbe offerto i suoi servizi a Israele collaborando con le sue forze nel sopprimere qualsiasi resistenza palestinese alla colonizzazione ebraica, cercando da Israele garanzie per un minimo di privilegi che potessero mantenerli al potere.

L’ANP, in verità, ha dimostrato di essere un collaboratore di Israele molto più di quanto Jabotinsky avesse pensato fosse possibile. Jabotinsky aveva proposto che dopo essersi rassegnati alla loro sconfitta, i leader palestinesi che chiedevano la liberazione completa sarebbero stati cacciati e “la leadership passerà a gruppi moderati che si rivolgeranno a noi con una proposta sulla quale dobbiamo entrambi concordare reciproche concessioni. Allora possiamo aspettarci che discutano onestamente le questioni pratiche, come la garanzia contro la espulsione degli arabi, o i diritti eguali per i cittadini arabi, o l’integrità nazionale araba…”. L’ANP, come tutti sanno, non ha mai fatto queste richieste, ha abbandonato completamente i cittadini palestinesi di Israele, che non sono stati mai menzionati a Oslo e ha anche fatto la sua parte nello spostare i palestinesi in Cisgiordania a vantaggio dei progetti di costruzione sponsorizzati da uomini d’affari palestinesi, mentre acconsentiva a nuovi spostamenti di palestinesi dalla loro terra, nuovi, come ad esempio nella Valle del Giordano. Per quanto riguarda l’“integrità nazionale”, l’ANP non ha mai rivendicato di averne una, ancor meno di chiedere a Israele che la garantisse. Le aspettative di Jabotinsky sono state pessimistiche rispetto alla resa dei palestinesi, in particolare sul fatto che “noi non possiamo offrire adeguate compensazioni agli arabi palestinesi per il ritorno in Palestina. E quindi non c’è nessuna probabilità che un accordo volontario possa essere raggiunto. Così tutti coloro che vedono tale accordo come una condizione sine qua non per il sionismo, possono dire “no” e ritirarsi dal sionismo”. Contrariamente al pessimismo di Jabotinsky, tuttavia, e come parte degli accordi di Oslo, una somma consistente di compensazione finanziaria fu offerta e senz’altro accettata dall’ANP in cambio della Palestina. La somma ammonta finora a 23 miliardi di dollari, ma molto di più sta per arrivare.

Come ho affermato al tempo della firma di Oslo, la formula di Israele per un accordo di pace, in particolare “terra per pace” che l’OLP aveva accettato,

pregiudica l’intero processo di pace presupponendo che Israele abbia “terra” che vorrebbe concedere agli “arabi”, e che gli “arabi”, visti come responsabili dello stato di guerra con Israele, possano garantire a Israele la pace per la quale da lungo tempo si è aspettato…questa formula è in effetti un riflesso dei punti di vista razziali che caratterizzano gli israeliani (ebrei europei), i palestinesi e gli altri arabi. Mentre gli israeliani sono stati richiesti e sono ostentatamente presentati come desiderosi di negoziare sulla proprietà, il diritto borghese occidentale per eccellenza, i palestinesi e gli altri arabi sono stati invitati a rinunciare alla violenza – o più precisamente ai “loro” mezzi violenti – che è un diritto illegittimo e non riconosciuto, attribuibile solo a barbari incivili.

Spiegai allora che gli Accordi di Oslo consistevano in quel che segue:

Israele continuerà a controllare la terra, le acque, i confini, l’economia, gli insediamenti ebraici, in breve, tutto quello che ha cercato di controllare, senza la resistenza palestinese e con la sua necessaria soppressione, che potrebbe causare la possibile morte di ragazzi ebrei durante il processo. L’OLP si è impegnata a non permettere questa resistenza. I ragazzi palestinesi dovrebbero uccidere loro i ragazzi e le ragazze palestinesi che i ragazzi ebrei di Israele dovrebbero uccidere, rischiando anche loro nel processo. Nel frattempo, gli israeliani ricorderanno al mondo che le loro precedenti campagne di assassinio contro i palestinesi devono essere giustificate, visto che, ora, i palestinesi stessi riconoscono la necessità di controllare una popolazione selvaggia e recalcitrante.

In linea con Jabotinsky e Ben-Gurion, il ministro degli esteri israeliano in quel periodo, ora presidente di Israele, Shimon Peres hanno riconosciuto che quando Israele alla fine ha riconosciuto l’OLP come il rappresentante dei palestinesi, lo fece perché l’OLP non cercò più di rovesciare il colonialismo ebraico. Ha correttamente dichiarato: “Noi non siamo cambiati, è l’OLP che è cambiata”.

A partire da Oslo, la colonizzazione ebraica della West Bank e di Gerusalemme Est è raddoppiata, ma se escludiamo Gerusalemme Est, che fu annessa a Israele formalmente nel 1980, la colonizzazione ebraica della West Bank, da Oslo, si è nei fatti triplicata. Questo triplicarsi della colonizzazione è avvenuto pacificamente, sotto l’ombrello di Oslo. Ogni tentativo palestinese di impedirla, sia durante la seconda intifada, o attraverso il successo elettorale di Hamas, o atti giornalieri di resistenza contro l’esercito israeliano, sarebbe stato impedito da Israele e dalla ANP. Nel caso di Hamas, la sua repressione sarebbe stata molto intensificata con la collaborazione del regime di Mubarak in Egitto, e più recentemente con il colpo di stato quasi-fascista del generale Sisi.

Con la strategia “pace è guerra” Israele ha pure cercato di cambiare il vocabolario usato per descrivere il suo progetto coloniale, insistendo che i palestinesi devono sottomettersi alla sua terminologia, che i media USA e europei usano per descrivere il colonialismo sionista.

Nella storia delle guerre coloniali e della resistenza anti-coloniale, specialmente nel contesto delle colonie di insediamento, le lotte dei nativi contro i colonizzatori europei sono sempre state denominate lotte di “liberazione”. Esempi: la lotta di liberazione algerina contro il colonialismo e i colonialisti francesi, la lotta di liberazione del popolo dello Zimbabue contro il colonialismo e i colonialisti britannici, e la lotta anti-apartheid per la liberazione nel Sudafrica contro i privilegi razziali dei colonizzatori bianchi. In nessuno di questi casi la lotta di liberazione dal colonialismo è stata indicata, in un modo o nell’altro, come un “conflitto”. Di certo non c’è mai stata una cosa come il “conflitto” franco-algerino, o un “conflitto” bianchi-neri in Rhodesia o in Sudafrica, nemmeno per gli stessi colonizzatori. In questi casi, sia i colonizzatori di insediamento sia coloro che resistevano non si vergognavano chiamando la loro lotta come una lotta per il privilegio razziale e coloniale o rispettivamente per la liberazione dal razzismo e dal colonialismo di insediamento. Questa terminologia dovrebbe applicarsi al colonialismo di insediamento sionista in Palestina e alla resistenza palestinese. Il progetto della colonizzazione ebraica europea della Palestina, che iniziò negli anni 1880, e che da allora è continuato, resta il fatto più spettacolare dell’incontro palestinese con il sionismo, ma allo stesso tempo è il segreto più strenuamente conservato. Al punto che riferirsi a Israele come il “colonizzatore di insediamento ebraico”, in Israele o in Europa o negli USA, pro-israeliane (che è come i palestinesi e gli arabi lo hanno sempre descritto), è un tabù che non si può rompere e che suscita un’ampia condanna in quei rari casi in cui viene rotto. Infatti, non solo la colonizzazione europea e ebraica della Palestina è stata ridenominata dal sionismo e dai suoi alleati europei e americani come il cosiddetto “conflitto” israelo-palestinese, ma il sionismo ha insistito affinché i palestinesi e gli arabi adottassero questa terminologia come una precondizione per qualsiasi tipo di “dialogo”, e una minima accettazione come partner per un “dialogo” o per negoziati di “pace”.

Il sionismo comprende che vive in un mondo dove il colonialismo, e certamente il colonialismo di insediamento, non sono più molto di moda, e allora questa ridenominazione è centrale per la sua propaganda. I palestinesi hanno capito bene la strategia di Israele e hanno continuato apertamente a insistere nella loro terminologia di liberazione. L’organizzazione palestinese che ha rappresentato la resistenza palestinese fino al 1993 si è chiamata Organizzazione per la Liberazione della Palestina, i suoi gruppi di guerriglia costituenti si sono chiamati Movimento per la Liberazione della Palestina (conosciuto con il suo acronimo Fateh), Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina o Fronte Democratico per la Liberazione della Palestina, tutti hanno compreso che il loro incontro con il sionismo era quello con un colonialismo di insediamento, e con le sue strutture razziste, contro il quale insistono nel resistere per rovesciarlo. Dopo il 1993, l’OLP si è trasformata nell’Autorità Nazionale Palestinese, che non solo ha stabilito come nuovo obiettivo della leadership palestinese la creazione di una “autorità nazionale” al posto della liberazione della Palestina e dei palestinesi dal colonialismo di insediamento; la stessa parola colonialismo è anche scomparsa dal suo vocabolario. La nuova definizione del colonialismo ebraico europeo come un conflitto israelo-palestinese che dovrebbe essere “risolto” con un “accordo di pace” tramite negoziati, divenne operativa attraverso l’offensiva di “pace”, che Israele ha condotto contro il popolo palestinese nel 1991.Venti anni di negoziati di “pace” hanno portato più colonialismo, più furto di terre palestinesi, più morti di palestinesi, più povertà palestinese, più restrizioni nei movimenti dei palestinesi, più disoccupazione, in breve più oppressione su ogni fronte. Ancora, la ANP continua a dichiarare senza equivoco che riconosce il diritto degli ebrei di colonizzare la Palestina e di stabilire una colonia di insediamento ebraica sulle terre che i sionisti hanno conquistato nel 1948, così come i diritti di quegli stessi ebrei come coloni di insediamento nella West Bank e a Gerusalemme Est conquistate nel 1967. Quello che chiede, tuttavia, è che gli israeliani non aumentino il numero esistente di coloni ebraici nella West Bank (ma non a Gerusalemme Est) e che uno stato tipo Bantustan si formi per consentire alla ANP di governare i palestinesi senza sovranità. Gli israeliani sono sgomenti per queste condizioni e continuano a spingere affinché la ANP dichiari apertamente e senza equivoci che qualsiasi accordo Israele concederà ai leader dell’ANP, nella forma di uno “stato” Bantustan, le
condizioni di Israele sono comunque che i palestinesi devono accettare non solo il diritto dei coloni ebrei esistenti di continuare a colonizzare tutte le parti della Palestina, ma anche i loro diritti futuri di colonizzare più terra, altrimenti, insistono gli israeliani, non ci sarà alcun accordo.

Naturalmente, Israele insiste che continuerà, nel frattempo, a perseguire la “pace” per convincere la leadership della ANP dell’importanza della loro piena acquiescenza al suo progetto coloniale complessivo. Gli attuali negoziati segreti tra Israele e la ANP mirano a escogitare un piano nel quale la ANP e Israele trovino la giusta formula per arrivare a questa acquiescenza, in modo che la colonizzazione ebraica dell’intera terra dei palestinesi sarà finalmente sostenuta e celebrata dagli stessi palestinesi e la centenaria guerra del sionismo contro il popolo palestinese sarà finalmente vinta sotto lo striscione della “pace”.L’unico problema è che il popolo palestinese si rifiuta di essere acquiescente con il progetto coloniale sionista, in quanto non ha rinunciato alla speranza, ma rimane fiducioso che la colonizzazione della sua terra è reversibile e che la sua resistenza condurrà a una sua fine, a dispetto degli accordi conclusi dalla loro leadership collaborazionista e della conduzione, da parte di Israele, della pace come guerra.

* Joseph Massad insegna alla Columbia University e scrive sulla politica araba moderna e sulla storia intellettuale. Ha un interesse speciale nelle teorie dell’identità e della cultura – incluse le teorie del nazionalismo, sessualità, razza e religione. Ha ricevuto il suo Ph.D. dalla Columbia University nel 1998. È autore di Desiring Arabs (2007), di The Persistence of the Palestinian Question: Essays on Zionism and the Palestinian Question (2006) e di Colonial Effects: The Making of National Identity in Jordan (2001). Il suo libro Daymumat al-Mas’alah al-Filastiniyyah è stato pubblicato da Dar Al-Adab nel 2009, e La persistence de la question palestinienne da La Fabrique nel 2009. I suoi articoli sono apparsi in Public Culture, Interventions, Middle East Journal, Psychoanalysis and History, Critique e nel Journal of Palestine Studies; scrive spesso per Al-Ahram Weekly. Tiene corsi sulla cultura araba moderna, di psicoanalisi in relazione alla civilizzazione e alla identità, su genere e sessualità nel mondo arabo e sulla società e la politica israelo-palestinesi, con seminari sul nazionalismo in Medio Oriente come idea e pratica e anche su Orientalismo e Islam.

Per altri interventi di Joseph Massad vedi il dossier all’indirizzo www.ism-italia.org/?p=3658: L’(Anti-) Autorità Palestinese, Al-Ahram Weekly, giugno 2006

Pinochet in Palestina, Al-Ahram Weekly, novembre 2006
Un’immacolata-concezione?, The Electronic Intifada, 14 aprile 2010
I diritti di Israele, Aljazeera, 6 maggio 2011
L’ultimo dei semiti, Aljazeera, 14 maggio 2013

(traduzione a cura di ISM-Italia)

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