Infanzia negata

di Yousef Munayyer

L’infanzia è una cosa bella e strana. Prima che impariamo veramente quanto sia preziosa, è già finita. Per molti palestinesi che vivono sotto l’occupazione militare israeliana, l’infanzia finisce anche prima di quanto si potrebbe pensare. Il semplice trascorrere della vita di un bambino in Palestina, che in circostanze normali sarebbe  riempito dai libri di scuola, dal calcio e dai giochi con gli amici, è invece interrotto dalla dura realtà dell’occupazione, che include soldati, posti di blocco, muri, discriminazione e razzismo.

E’ impossibile dire quando finisca l’infanzia per un palestinese sotto occupazione. Molti di coloro che cercano di portare avanti una vita normale, date le circostanze, si augurano di poter godere l’innocenza della gioventù senza vederla distrutta dal regime oppressivo che li circonda. Non tutti sono così fortunati. Atta Sabah è uno di loro.

Dedico più tempo rispetto alla maggior parte delle persone alle notizie dalla Palestina e dal Medio Oriente, e ogni tanto apprendo una storia di cui non ho mai sentito nulla di simile in precedenza. In una situazione in cui la morte e la violenza sono diventate di routine, non ogni pallottola o vittima si guadagna un titolo. Così, quando ho sentito la storia di Atta, ho deciso che doveva essere divulgata, non perché sia ​​particolare e unica, ma proprio perché è banale, eppure inaudita.

Atta è un rifugiato palestinese residente nel campo profughi di Jalazon. Ha 12 anni. Il campo, i cui residenti per lo più provengono dai villaggi che circondano Al- Lyd, è a circa 20 km est in quella che è oggi la Cisgiordania, tra Ramallah e Nablus.

All’inizio di quest’anno, a maggio, Atta e i suoi amici stavano facendo quello che la maggior parte dei bambini alla loro età dovrebbe fare: giocare. I ragazzi sono ragazzi. Ma quando i ragazzi sono ragazzi sotto occupazione, il semplice atto di giocare in giro può portare a esiti orribili. Atta e i suoi amici stavano divertendosi a lanciare la sua cartella di scuola. Quando Atta è andato a recuperarla lì dove era atterrata, ha visto che un soldato israeliano se ne era impadronito.

Che cosa ci fa un soldato israeliano sul percorso di scuola dei bambini? Fa la guardia alla colonia illegale israeliana di Beit El, dove abitano migliaia di coloni illegali israeliani e che è adiacente al campo profughi di Jalazon. Atta ha chiesto indietro la cartella. I soldati gli hanno detto di tornare il giorno dopo.

Il giorno seguente Atta è tornato, nel tentativo di riavere la sua cartella dal soldato che l’aveva presa. Mentre si avvicinava ai soldati, uno dei quali reggeva la sua cartella, si è fermato, sentendosi nervoso e a disagio in quella situazione, ma quando si è voltato … BANG.

Atta, un profugo palestinese disarmato di 12 anni che voleva solo recuperare la sua cartella di scuola, è stato colpito allo stomaco. La pallottola – un proiettile vero e proprio  – è uscita dalla schiena, ma non prima di recidere il midollo spinale. Il colpo gli ha danneggiato il fegato, i polmoni, il pancreas e la milza, e lo ha lasciato paralizzato dalla vita in giù.

Quale possibile spiegazione potrebbe esserci per questo atto barbarico? Defense for Children International, una ONG che lavora per documentare e patrocinare i diritti dei bambini, ha osservato a proposito di questo episodio:
“Testimoni oculari dichiarano che la situazione era tranquilla, che non erano in corso scontri in quel momento e non c’era “pericolo mortale” per le forze israeliane, che avrebbe giustificato l’uso di munizioni vere”.

In contraddizione con le testimonianze oculari, alla domanda circa l’uso di munizioni vere contro un bambino inerme il portavoce  dell’esercito israeliano ha dichiarato che “nel pomeriggio del 21 maggio 2013, una sommossa violenta e illegale ha avuto luogo nella zona, con la partecipazione di decine di palestinesi che hanno lanciato pietre e bottiglie molotov verso i soldati”.

La scuola del ragazzo, gestita dall’UNRWA  per il campo profughi di Jalazon, è molto vicina alla colonia israeliana di Beit El, in continua espansione. In questa foto dell’ingresso della scuola, si possono scorgere chiaramente sullo sfondo i tetti rossi dell’insediamento sulla collina. In effetti, come mostra la mappa qui sotto, la vicinanza dell’insediamento implica che la scuola sia inclusa in Area C, anche se si trova a soli 1000 piedi di distanza dal centro del campo. Questo significa che i soldati stazionano regolarmente intorno alla scuola e che l’infanzia finisce molto più velocemente qui che in molti altri luoghi.

Atta deve ora adattarsi a una nuova vita. La vita in un campo profughi è complicata fin dall’inizio, ma ora, nell’impossibilità di camminare, le cose si sono fatte ancora più difficili. La famiglia sta lottando per far fronte alle difficoltà. Non vi è nessuna assistenza mirata al sostegno delle pressanti necessità attuali di Atta.

Atta non si fa illusioni sulla giustizia. Alla domanda su cosa pensa che accadrà al soldato israeliano che gli ha sparato, chiaramente anche contro le regole di ingaggio dell’esercito israeliano, ha risposto: “Non mi aspetto che gli succeda qualcosa”.

Ha ragione. L’impunità per i crimini è una pietra miliare dell’occupazione militare israeliana e a Jalazon, dato che gli insediamenti illegali si espandono e l’occupazione si rafforza sempre di più, altre infanzie probabilmente saranno spezzate prima che abbiano luogo eventuali indagini eque e trasparenti, o che tutti i soldati israeliani o i loro comandanti siano portati in giudizio per questi crimini.

Fonte: MECA (Middle East Children’s Alliance)

http://www.mecaforpeace.org/news/childhood-denied

Traduzione a cura del Forum Palestina

Childhood Denied

by Yousef Munayyer

Childhood is a beautiful and strange thing. Before we truly learn how precious it is, it is already over. For many Palestinians living under Israeli military occupation childhood ends even earlier than you’d think. The commonplace elements of a child’s life in Palestine, which under normal circumstances would be filled with school books, football and games with friends, is instead interrupted by the harsh realities of occupation that include soldiers, checkpoints, walls, discrimination and racism.

When childhood ends for a Palestinian under occupation is impossible to tell. Many who try to carry on with a normal life under the circumstances hope to enjoy the innocence of youth without having it shattered by the oppressive regime that surrounds them. Not all are so lucky. Atta Sabah is one of them.

An Israeli soldier prevents a Palestinian boy from riding his bicycle in the streets that are blocked to Palestinian residents, in the West Bank city of Hebron on June 20, 2012. (Hazem Bader /AFP / GettyImages)

I spend more time than most focused on news from Palestine and the Middle East and every so often there is a story I learn about that I heard nothing of previously. In a situation where death and violence has become routine, not every bullet or victim registers a headline. So when I heard Atta’s story I decided it had to be highlighted, not because it is particularly unique but because it is commonplace and yet unheard of.

Atta is a Palestinian refugee residing in Jalazon refugee camp. He is 12 years old. The camp, whose residents mostly come from the villages surrounding Al-Lyd, is about 20 miles east of there today in the West Bank between Ramallah and Nablus.

Earlier this year, in May, Atta and his friends were doing what most kids at their age should be doing; playing around. Boys will be boys. But when boys are boys in under occupation, the mere act of playing around could lead to horrific outcomes. Atta and his friends were tossing around his school bag. When Atta went to retrieve it from where it had landed, he saw it was in the possession of an Israeli soldier.

What is an Israeli soldier doing in the path of school kids? Guarding the illegal Israeli colony of Beit El, which is home to thousands of illegal Israel settlers and adjacent to the Jalazon refugee camp. Atta wanted his school bag back. The soldiers told him to come back for it the next day.

The following day Atta returned in an effort to get his school bag back from the soldier who had it. As he approached the soldiers, one of whom held up his bag, he paused feeling nervous and uncomfortable with the situation, and then when he turned around…BANG.

Atta, an unarmed Palestinian refugee of 12 years who just wanted his school bag back was shot in the stomach. The bullet—a live fire bullet—exited through his back but not before severing his spinal cord. The shot damaged his liver, lungs, pancreas and spleen and has left him paralyzed from the waist down.

What possible explanation could there be for this barbaric act? Defense for Children International, an NGO that works to document and advocate on behalf of children’s rights, noted on this incident:

Eyewitness reports show that the situation was calm, that no clashes were taking place at the time and there was no “mortal danger” to Israeli forces that would allow the use of live ammunition.

Contradicting eyewitness reports, when asked about the use of live ammunition against an unarmed child, the Israeli army Spokesperson’s Unit stated that “on the afternoon of May 21, 2013 a violent and unlawful riot took place in the area, with the participation of dozens of Palestinians who threw rocks and Molotov cocktails towards the soldiers.”

The UNRWA operated boy’s school for the Jalazon refugee camp is very close to the ever expanding Israeli colony of Beit El. In this picture of the entrance to the school you can clearly see the red roof tops of the settlement on the hilltop in the background.  In fact, as the map below shows, the settlement’s proximity means the school is in Area C even though it is merely 1000 feet from the heart of the camp. This means soldiers are regularly around the school and childhoods end much quicker here than in many other places.

Atta must now adjust to a new life. Life in a refugee camp was difficult to begin with but now, unable to walk, things just got more complicated. The family is struggling to cope. There is no assistance geared toward supporting Atta’s dire needs now.

Atta is also under no illusions about justice. When asked what he thinks will happen to the Israeli soldier who shot him, clearly against even the Israeli military’s rules of engagement, he replied “I’m not expecting anything to happen to him.”

He’s right. Impunity for crimes is a cornerstone of Israel’s military occupation and in Jalazon, as settlements expand and the occupation further entrenches itself, more childhoods will likely be shattered before any fair or transparent investigations take place of any Israeli soldiers or their commanders face justice for these crimes.

thanks to: forumpalestina

mecaforpeace

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