Yarmouk, la fame e i fantasmi

Parlano i profughi palestinesi già in fuga e ora assediati nel campo vicino Damasco. Cibo e medicinali non entrano perché i jihadisti sparano agli ingressi. Fuori, le truppe di Assad circondano la zona.

La fila per il cibo (Foto: UNRWA)

La fila per il cibo (Foto: UNRWA)

di Chiara Cruciati – Il Manifesto

Gaza City, 01 marzo 2014, Nena News – Fantasmi in marcia, sfibrati, consumati, privi di una qualsiasi flebile speranza. La foto scattata dall’agenzia delle Nazioni Unite UNRWA racconta una sconfitta. Migliaia di persone, donne, uomini, bambini e anziani, verso un po’ di cibo.

È il campo profughi palestinese di Yarmouk, a Damasco, il più grande dell’intero Medio Oriente. Sotto assedio da sette mesi, occupato all’interno e chiuso all’esterno, è la più vivida immagine di una Siria a pezzi. Lunedì il direttore generale dell’UNRWA, l’agenzia Onu per i rifugiati palestinesi, Filippo Grandi, ha fatto visita al campo insieme ad un convoglio di aiuti per una popolazione stremata: “La devastazione è incredibile – ha detto mentre camminava tra i vicoli di Yarmouk – Sembra l’apparizione di fantasmi. Queste persone che non sono uscite da qui, che sono rimaste intrappolate non solo senza cibo, medicine e acqua pulita, ma anche terrorizzate dai combattimenti…Ho provato a parlare con alcuni di loro e tutti mi raccontano le stesse storie di completa deprivazione”.

Una morte lenta per chi è rimasto a Yarmouk, 18mila persone dei 180mila profughi residenti nel campo prima dello scoppio della guerra civile siriana. Morte per malnutrizione: corpi consumati dai morsi della fame, uomini ridotti a pelle e ossa, bambini e anziani spentisi lentamente.

“Non riesco a contattare la mia famiglia, sono giorni che non ho loro notizie. Sono solo qua a Gaza con mio fratello, siamo fuggiti dalla Siria mesi fa e ci siamo rifugiati qui”. Mohammed ha 23 anni, è un rifugiato palestinese di Yarmouk. È fuggito dal campo sotto assedio insieme al fratello, i genitori e la sorella sono rimasti in Siria. Lo avevamo incontrato qualche settimana fa a Gaza City, durante una manifestazione in solidarietà con il campo sotto assedio.

Quel giorno – come in tante altre città del mondo arabo, da Betlemme a Amman, da Gerusalemme a Beirut – i rifugiati avevano marciato verso il Parlamento per chiedere alle istituzioni di mandare un segnale. In mano, una pagnotta simbolo della fame che ha già ucciso almeno cento profughi palestinesi: “Siamo qui oggi per chiedere a tutti i Paesi arabi di fare qualcosa per Yarmouk, non è possibile morire di fame in Siria, oggi, nel 2014 – continua Mohammed – Non si trova più cibo nel campo”.

“Mio fratello è a Yarmouk – gli fa eco Ibrahim, 60 anni – Riesco ad avere qualche notizia da mio nipote, che si trova fuori, a Damasco. Da sei mesi da Yarmouk non si entra e non si esce. I miliziani confiscano tutto quello che entra nel campo, soprattutto cibo, e lo rivendono a prezzi elevatissimi. Non c’è elettricità, non c’è acqua. Ho chiesto a mio nipote: Come sopravvivono? Ha risposto che mangiano tutto quello che trovano, erba, gatti. Ma ora anche i gatti sono introvabili a Yarmouk”.

“Mio fratello pesava 120 kg, oggi ne pesa 60 – riprende Ibrahim con un filo di voce – È malato di diabete e non ha più medicinali”.

A un mese di distanza, quasi nulla è cambiato, nonostante l’accordo siglato dai i gruppi palestinesi e i gruppi armati di opposizione. Un accordo trovato dopo mesi di assedio interno ed esterno del campo, che tiene in ostaggio 18mila profughi. Il più grande campo del mondo arabo contava 180mila residenti (per lo più rifugiati palestinesi, ma anche siriani poveri) stretti in 2 km quadrati di spazio, ma il conflitto che insanguina il Paese da tre anni ha costretto alla fuga il 90% della popolazione. Rifugiati due volte.

Dentro il campo a dettare legge sono i gruppi di ribelli anti-Assad, l’Esercito Libero Siriano – espressione della laica Coalizione Nazionale – e milizie legate ad Al Qaeda, tra cui l’ISIL. Fuori a stringere l’assedio è l’esercito governativo di Bashar al-Assad: “Una crisi umanitaria di vastissime proporzioni – ci spiega Husam Arafat, membro dell’ufficio politico del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina-Comando Generale – La comunità palestinese all’inizio del conflitto ha optato per la neutralità, nonostante alcuni dei gruppi presenti nel campo, tra cui il PFLP-GC, siano sempre stati vicini al regime alawita. Poi una serie di eventi pilotati da fuori, da Turchia e Arabia Saudita, hanno tentato di spingerci nel conflitto. L’attacco contro Yarmouk è uno di questi: nel dicembre 2012 le milizie di opposizione sono entrate nel campo e lo hanno occupato. Poco dopo tantissime famiglie sono fuggite e il numero di residenti si è ridotto a 18mila. Il regime ha posto Yarmouk sotto coprifuoco notturno, ma la gente continuava a uscire e entrare durante il giorno”.

Fino a sette mesi fa, quando il regime ha posto sotto assedio tutto il campo: “Gli ingressi per Yarmouk sono quattro, uno per lato – continua Arafat – Il regime ne controlla uno; gli altri tre, tra cui Yalda e Black Stone, sono controllati dai miliziani. Il cibo entra solo dal primo ingresso, per cui chi vive vicino all’uscita riesce a mangiare. Ma chi vive all’interno del campo non riceve nulla”.

L’UNRWA ha tentato più volte di entrare a Yarmouk per consegnare cibo e medicinali e per far evacuare i malati e gli anziani. La risposta dei miliziani è stata il fuoco: “Il convoglio organizzato a metà gennaio è stato costretto a ritirarsi – riprende Arafat – Dopo che il regime aveva permesso ai camion di entrare, il convoglio è arrivato a Al Reji, al centro del campo. I ribelli hanno aperto il fuoco e gli aiuti sono tornati indietro”.

Poco dopo, il 10 febbraio, l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina e il Fronte al-Nusra (gruppo qaedista di opposizione) hanno trovato un accordo: tutti fuori da Yarmouk e consegna delle armi ad un comitato speciale. Nei giorni precedenti, in vista dell’accordo, centinaia di feriti e di malati erano stati evacuati dalla Croce Rossa e l’UNRWA era riuscita a consegnare oltre 5mila pacchi di cibo da 30 chili.

E oggi? Oggi la fame è tornata a Yarmouk. Per due settimane il cibo non è entrato nel campo, dopo le aperture prima della firma dell’accordo. Solo lunedì, dopo lunghi negoziati con le parti coinvolte, nuove parcelle di cibo – pacchi di farina, zucchero, olio da cucina, lenticchie e carne in scatola – ognuna in grado di sfamare una famiglia di otto persone per 10 giorni, sono state consegnate in un’area nei pressi del primo ingresso del campo, controllate dal mirino dei cecchini delle opposizioni.

“L’UNRWA prosegue negli sforzi per persuadere le autorità e le parti in causa a permettere all’agenzia di assicurare l’immediato accesso di cibo, medicine e assistenza umanitaria – ha detto il portavoce dell’agenzia Onu, Chris Gunness – I bisogni dei civili di Yarmouk restano enormi. Hanno già sofferto enormemente. La ripresa delle operazioni umanitarie nel campo è una questione della massima urgenza. A preoccuparci è soprattutto la situazione di donne e bambini”.

Il timore è di tornare a vedere quelle immagini che hanno scioccato le opinioni pubbliche mondiali: bambini di pochi anni consumatisi lentamente fino a morire, uomini forti ridotti a pelle e ossa. La scorsa settimana  Raghdad Muhammad al-Masri, 5 anni, Hamid Salih, 85, e Muhammad Hussein Kayid Zaghmout sono morti di fame a Yarmouk. Mentre l’accordo siglato non è stato ancora implementato: i gruppi armati restano nel campo, l’esercito prosegue nell’assedio. Ognuno rimane in attesa della mossa dell’altro, a pagarne le spese 18mila civili.

thanks to: Chiara Cruciati

Il Manifesto

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