15 MAGGIO 1948 La Nakba palestinese

di Mariella Cataldo

ovvero una pietra d’inciampo per la coscienza della comunità internazionale

La parola “Nakba” (dalla radice NKB) significa “essere colpiti da sventura”, “cambiamento di vento”. È una parola luttuosa per il popolo palestinese: caratterizza il trauma fondante della sua identità, come la parola “Shoa” lo è per gli israeliani. Le storie del popolo israeliano e di quello palestinese sono intrecciate, così come il concetto di morte è legato al concetto di vita.

Lo storico George Habib Antonius data l’inizio della Nakba al 1920, anno della prima sollevazione armata araba contro francesi e britannici e conseguente emigrazione ebraica in Palestina dopo la dichiarazione Balfour (1917). Con questa dichiarazione il ministro degli esteri britannico Balfour comunicava al capo della comunità ebraica britannica Lord Rotschild che il governo di Sua Maestà Britannica guardava “con simpatia” alle “aspirazioni degli ebrei sionisti” e “allo stabilirsi in Palestina di un focolare nazionale per il popolo ebraico”.
Nel 1918, dopo la Rivoluzione d’Ottobre, il governo sovietico divulgava gli accordi segreti (1916) tra Francia, Inghilterra e Russia zarista per la spartizione del Medio Oriente. Essi prevedevano un’amministrazione britannica su Iraq e Transgiordania, una francese sul Libano ed una internazionale per la Palestina. Ciò indignò moltissimo gli arabi, che si sentirono traditi. Puntualmente, dopo la fine della guerra, con gli accordi di Sèvres, l’Inghilterra riceve l’Iraq, la Transgiordania e la Palestina; la Francia prende possesso di Siria e Libano sotto forma di “mandato territoriale”. Con questa formula giuridica il Consiglio della Società delle Nazioni decideva la sorte delle ex colonie tedesche e turche: si assegnava ad uno stato mandatario (Inghilterra o Francia) il compito di reggere uno dei territori suddetti, “fino a che i suoi abitanti non fossero stati ritenuti in grado di autogovernarsi”.
Nel frattempo, era proseguita l’emigrazione massiccia ebraica da tutto il mondo in Palestina, nonostante la stessa Inghilterra, con un primo Libro bianco (1930) auspicasse restrizioni all’emigrazione ebraica e con un secondo Libro bianco (1939) sostenesse che:
1) è nato un focolare nazionale ebraico;
2) è pericoloso ampliarlo ulteriormente contro la volontà degli arabi;
3) si deve porre fine alle immigrazioni ebraiche e alla vendita di terre;
4) si deve dare amministrazione autonoma ai legittimi proprietari del paese entro 5 anni.

Dopo la seconda guerra mondiale e lo sterminio di milioni di ebrei nelle camere a gas dei campi nazisti, prosegue massicciamente l’emigrazione ebraica in Palestina.
L’agenzia ebraica rifiuta i principi del Libro bianco e intraprende una lotta contro gli inglesi. Con le bande terroristiche ebraiche (Irgum Zwai leumi, Lehi, Stern, Haganah) terrorizzava il popolo palestinese, radendo al suolo i villaggi, costringendo alla fuga migliaia, sottomettendo e confiscando ogni centimetro quadrato, spegnendo ogni alito di vita arabo presente su quel territorio. Il 10 aprile 1948 la banda Stern rade al suolo il villaggio di Deir Yassin, massacrando 260 persone. Altrettanto accade nei villaggi Nasr al Din, Al el Zeitouneh, Al Bina, Al Bassa, Safsaf.

Il 14 maggio 1948, un giorno prima della scadenza del mandato britannico sulla Palestina, Israele si proclama Stato, fondato sul “sionismo” e sulla “ebraicità” dei suoi cittadini.
Il sionismo era nato alla fine dell’Ottocento (congresso di Basilea 1897) “nel bagliore degli incendi provocati dai pogrom russi del 1882 e nel tumulto dell’affare Dreyfus” [cfr.
Abraham Leon, La concezione materialista della questione ebraica,
1926]. Il sionismo, teorizzato dal giornalista viennese Theodor Herzl, si basa su quattro punti fondamentali:
1) l’esistenza del popolo ebraico;
2) l’impossibilità della sua assimilazione da parte delle società nelle quali si è disperso;
3) il suo diritto alla “terra promessa”;
4) l’inesistenza su questa terra di un altro popolo che abbia anch’esso i suoi diritti [cfr. A. Gresh, D. Vidal, Medio Oriente.
Guida storico-politica, Ed associate, Roma, 1990].

Il 1948 è una pietra d’inciampo nella storia del popolo palestinese ed israeliano e farà dire ad uno dei massimi scrittori viventi palestinesi, Salman Natur nel libro Memorie:
“Siamo tutti figli di questo mondo, ma il fatto di essere venuti alla luce dopo la guerra del ‘ 48 ci ha trasformati in una prova vivente, in un documento storico in brutta copia”.
Per gli israeliani è una data eroica e trionfale (l’indipendenza e la creazione di uno stato ebraico), per i palestinesi è la Nakba (catastrofe, espulsione di massa dalle proprie terre e l’inizio di un tormento senza fine, trauma collettivo).
Nel 1948 750.000 palestinesi (l’80% della popolazione) furono espulsi dalle loro case e dalla loro terra, 678 villaggi, cittadine, località arabe sono stati distrutti, cancellati, e poi nascosti con foreste e parchi nazionali.
Per una crudele dialettica Morte/Resurrezione, la resurrezione degli ebrei avveniva grazie alla morte dei palestinesi, per nulla colpevoli di quanto era avvenuto in Europa.
Da allora, i palestinesi diventavano “vittime delle vittime” (E. Said)
Lo scrittore Gassan Kanafani usa il termine Naksa (ricaduta, l’incubo che si ripete) per definire la disfatta araba del 1967, che ravviva il trauma del ‘48.
Il ’48 è uno snodo della storia. Dopo quell’evento nulla sarà come prima.
Nel 1950 Israele promulga la “legge del ritorno” (Aliyah: ascendere) con cui si crea l’esclusivo diritto alla nazionalità per gli ebrei che tornano in Israele per garantire loro, in quanto cittadini, uno stato legale superiore e pieni diritti rispetto ai palestinesi.

ISRAELE E IL MEMORICIDIO DELLA NAKBA
Una legge del 2011 della Knesset vieta la commemorazione della Nakba in Israele nel giorno dell’indipendenza, considera ciò un crimine punibile fino a tre anni di reclusione e vieta ogni discussione pubblica. Si accentua così la deriva etnocratica di Israele, con l’affermazione dell’esclusiva ebraicità dello stato e la cancellazione della storia dell’altro.
Ilan Pappè, lo storico ebreo violentemente attaccato in Israele per le sue posizioni contrarie all’ideologia sionista, parla di “memoricidio della Nakba”.
Parlare di Nakba per Israele è riconoscere il diritto al ritorno dei palestinesi, così come per gli ebrei il diritto al ritorno è il requisito per diventare cittadini israeliani.
Un esempio di memoricidio della Nakba è la costruzione a Deir Yassin (eccidio di palestinesi nell’aprile ’48) del museo ebraico della memoria. Gli ebrei hanno distrutto gli archivi della memoria palestinese ed hanno operato senza tregua pratiche di giudeizzazione del territorio arabo, ripristinando la toponomastica biblica. Ai palestinesi è rimasta solo la memoria – se vogliono fare storia – attraverso la storia orale, creando quella che Foucault ha definito una sorta di “contromemoria”.
La storiografia sionista ha rappresentato la creazione dello stato di Israele in senso politico, come una guerra d’indipendenza dalla potenza mandataria britannica e, in senso religioso, come la rinascita del popolo ebraico con il ritorno nella terra promessa da Dio ad Abramo, terra disabitata oppure abitata da arabi provenienti da paesi confinanti che l’avrebbero abbandonata spontaneamente dopo il ’48. I palestinesi sono esclusi da questa narrazione e le popolazioni autoctone seppellite nell’oblio. Da qui la necessità di una narrazione palestinese, diventata “contro-narrazione”, per dar voce ed identità ad un popolo presente su quel territorio da secoli e riportare gli assenti nella storia.
Dopo il ’48 seguì la giudeizzazione del territorio e la sua rimappatura sulla base di indicazioni toponomastiche dell’antica Israele. Il Fondo nazionale ebraico finanziò gli insediamenti ebraici, la rinominazione dei siti, villaggi, strade e la cancellazione di qualsiasi prova di presenza palestinese e fu fatta una vasta opera di riforestazione: metafora simbolica del radicamento e attaccamento ebraico alla terra, secondo la grande narrazione sionista di “far rifiorire il deserto “. Il fondo ha piantato 240 milioni di alberi (anche di origine europea) creando giardini, foreste, luoghi di svago e ricreazione su luoghi di sofferenza palestinese, polmoni verdi per gli ebrei che, secondo la leggenda “trovarono una terra desolata senza la minima ombra”.
La condizione dell’arabo rimasto è quella di vivere da “straniero in casa”.
Israele, nel ’48 promulgava la legge della proprietà dell’assente, con cui definiva “assente” chi ha perduto la propria terra in favore di Israele che confiscava terre, case, negozi, conti in banca, macchine di palestinesi che erano fuggiti dopo il ’48 e che erano chiamati “assenti-presenti”.
In seguito agli avvenimenti luttuosi della Nakba e alla proclamazione dello stato d’Israele, i palestinesi della diaspora nel mondo ammontano a 5 milioni e a loro è negato qualsiasi diritto al ritorno. in barba alla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo: “ogni persona ha il diritto di lasciare il proprio paese, compreso il proprio e di ritornarvi” (par. 2-13). Nonostante ciò, Gaza e Cisgiordania sono dichiarate zone vietate da Israele e gli abitanti hanno bisogno di visto per uscire ed entare da una prigione a cielo aperto, resa ancora più crudele dal muro della vergogna con cui Israele sta contornando tutte le sue colonie in Cisgiordania (quasi l’80 %).
La IV convenzione di Ginevra (1949), art 49, par. 6 recita: “la potenza occupante non potrà deportare o trasferire parte della sua popolazione civile nei territori che occupa”.

LETTERATURA DELLA RESISTENZA
Al fine di opporsi al pericolo di essere dimenticati dalla storia ufficiale, lo scrittore e filosofo palestinese E. Said sentì la urgenza di una “contro memoria” dando notevoli contributi alla letteratura della resistenza, che vede tra i suoi massimi rappresentanti Mahamud Darwish, Gassan Kanafani, Salman Natur, Ibrahim Nasrallah, Salma Khadna Jajjsi, E. Sambar, Murid Barghuti. Susan Abulhawa, Jumana Mustafa, Mu’in Bsisu, Giabra Ibrahim Giabra, Salim Giabra, Salma al-Kadra al Giayyusi, Kamal Nasir, Samih al-Qasim, Abu Salma, Tawfiq Sayigh, Fadwa Tuqan, Ibrahim Tuqan, Tawfiq Zayyad, Giamal Bannura. Akram Haniyya, Raymonda Hawa Tawil, Sahar Khalifa

La necessità di tenere sempre accesa la fiammella della memoria di quello che è successo è un antidoto all’oblio e all’avverarsi della profezia di Salman Kadna Jajjsi che dice “i palestinesi sanno piuttosto bene che se essi non annunciano la loro esperienza al mondo, il mondo li dimenticherà”. Ma, aggiunge Salman Natur, “ritorneremo. Per quanto il viaggio sia lungo, ritorneremo”, perché, avverte Khayri, un giovane palestinese di Gaza, “attenzione, io sono palestinese, nato tra le costole della rivoluzione, una rivoluzione il cui grido è come un vulcano, inestinguibile, malgrado le acque dell’oppressione e della schiavitù. Uccelli della libertà, salutate da parte mia la patria, e prendete con voi per strada il mio cuore: non ho mai provato sapore più dolce dell’amore per il mio paese”.

***

Sulla letteratura palestinese della Nakba, è molto utile leggere il libro di Simone Sibilio: NAKBA – LA MEMORIA LETTERARIA DELLA CATASTROFE PALESTINESE, Edizioni Q, 2013.

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