Droni e non solo

Sleepless in Gaza. Droni nei cieli.
Sotto la lente di ingrandimento
i danni e i pericoli che causano,
esposti in un rapporto del prof. Atef Abu Saif dell’Università di Gaza.
Norberto Julini (Educatore)

Insonnia a Gaza. La guerra dei droni nella striscia di Gaza. Un gruppo di giovani ragazze e ragazzi nella piazza di al-Kattiba,nella parte ovest della città di Gaza,con pezzi di legno, hanno composto  la parola “andateneve”, perchè i droni dal cielo la potessero leggere. Uno dei ragazzi ha detto  che sarebbe stato un sogno poter vivere senza la “zanzara”per  poter dormire la notte senza il ronzio dei droni. I palestinesi chiamano i droni israeliani “aerei della morte”. Questi veicoli, aerei senza pilota, sono diventati parte della vita quotidiana a Gaza: gli abitanti si svegliano ascoltando quel rumore ed è lo stesso con cui si addormentano. Alcuni, scherzando sulla triste situazione, li chiamano col titolo  di film: Droni in nero (Man in Black), Un drone da ricordarsi, (A day to remember) Via con i droni (Gone with the wind), Caro ho fatto saltare Gaza,(Darling I blow up the kids). I droni sono parte del sistema operativo d’intelligence israeliana che include la  capacità d’attacco diretto, sono la forza più precisa e funzionale del sistema, sono la nuova faccia dell’occupazione. Dal loro primo utilizzo nel 2000 i droni hanno ucciso centinaia di persone e ferito più di mille palestinesi. Hanno un impatto terribile sulla vita sociale: hanno come obiettivi la popolazione civile, gli edifici pubblici comprese le scuole. Le conseguenze del loro uso a Gaza giorno e notte, per intensificare l’occupazione in modo poco costoso e super controllato, non sono state ancora completamente analizzate. Cercheremo con questo rapporto  di mettere a fuoco come l’uso dei droni domina la popolazione palestinese a Gaza aumentando la pressione nella loro vita quotidiana. Analizziamo l’impatto dei droni a Gaza attraverso  alcune principali questioni:

• il numero  delle vittime, in maggioranza civili inermi;

• l’impatto psicologico, sociale e culturale che questi droni hanno sulla popolazione di  Gaza; 

• l’uso di Gaza come laboratorio per sviluppare la tecnologia di queste macchine e trasferirla al mercato mondiale;

• l’obbligo della comunità internazionale di far luce sulla violazione dei diritti umani.

Il rapporto

Inizia con queste parole il rapporto curato dal dr. Atef Abu Saif, che insegna Scienze politiche all’Università Al-Azhar di Gaza, pubblicato nel 2014 da Rosa Luxembourg Stiftung-Ufficio Regionale in Palestina, con il titolo “Sleepless in Gaza, Israeli drone war in the Gaza strip”. La produzione di droni è aumentata nel mondo del 400% dal 2005 ad oggi. Per i droni si stima che nel 2021 la spesa mondiale raggiungerà i 94 miliardi di dollari a fronte degli attuali 6.6 miliardi. Israele è primo esportatore nel mondo di questi veicoli UAV (Unmanned Aerial Vehicles): da sola soddisfa il 41% del mercato mondiale. I suoi droni sono distribuiti in 24 diversi Paesi. In Israele si stima un’ulteriore crescita annua non inferiore al 5% fino al 2020. La Israeli Aerospace Industries (IAI), la più grande industria produttrice di droni ha uno stabilimento in USA, a Columbus, nello stato del Mississipi e l’autorizzazione, pressoché unica, di far volare i suoi droni nello spazio aereo americano. Israele li ha usati fin dalla guerra in Libano nel 2006 ed è il Paese al mondo che ne fa il maggior uso. La tipologia di questi veicoli è la più diversa: dal gigantesco Heron del peso di quasi 5 tonnellate, adatto a grandi altitudini con lunga autonomia e portata di un’ulteriore tonnellata, alla minuscola “libellula” Dragonfly con apertura alare di 23 centimetri, capace d’infilarsi in case e palazzi per operazioni di spionaggio con sofisticate strumentazioni di ascolto e ripresa d’immagini.

Nel capitolo “Droni a Gaza, come un videogame” l’autore, spiegando l’uso intensivo e ininterrotto dei droni per controllare dal cielo l’intera Striscia, scrive che in tal modo Israele sta offrendo al dizionario politico una nuova definizione di “occupazione”: quando non sei più legittimato a occupare il suolo, occupi il cielo e tieni in ostaggio gli abitanti con i droni che scrutano, riprendono, inviano immagini e notizie, quando occorre, compiono esecuzioni extragiudiziali. Israele ha disposto intorno a Gaza, nel raggio di 20 chilometri, tre diversi squadre di droni con basi a Palmachin e Rehovot; ciascuna squadra è composta da alcune centinaia di velivoli. A queste si aggiungono le “sentinelle tecnologiche” fisse, grandi  palloni in cielo visibili dagli abitanti vicini al confine. Esiste anche una macchina fotografica simile a una palla che può essere lanciata a mano nelle abitazioni e poi guidata con telecomando. L’esercito riesce a indirizzare messaggi intimidatori  sui cellulari di quanti si sospetta possano aiutare attivisti della resistenza. Gli attacchi con droni sono classificati in cinque tipi:

Attacco intenzionale: il drone sa dove e chi andare a colpire;

Attacco tipizzato: il drone va verso ciò che si muove secondo un modello di comportamento sul quale è stato impostato;

Attacco a strutture pubbliche: il drone conosce edifici pubblici o proprietà private, anche già parzialmente distrutte, ove può ritenersi che agiscano gruppi di resistenza;

Attacco a doppio colpo: il drone lancia un primo missile, attende l’arrivo dei soccorritori e ne lancia un secondo per procurare un maggior danno;

Attacco condiviso: il drone viene mandato a colpire aree diverse da quelle ove sta per avvenire un attacco di tipo tradizionale con fanterie o forze aeree, allo scopo di distrarre e avere un effetto sorpresa.

Purtroppo non si contano le vittime casuali o dovute a una lettura equivoca delle immagini inviate da drone  da parte dell’operatore che agisce dalla sua base. Bambini che giocano a palla in cortile, famiglie riunite in giardino a prendere il tè, un padre che col figlio va a caccia di uccelli, un trasportatore d’acqua con la sua piccola cisterna. Questi eventi, che fanno percepire il volo del drone come una continua minaccia alla propria vita, inducono impatto psicologico altamente negativo: il 70% dei bambini sono traumatizzati, presi da crisi di panico, incapaci di concentrarsi anche a scuola, di fare i compiti, di giocare socializzando serenamente, finiscono per isolarsi anche dalla famiglia che non sembra più in grado di proteggerli. È una società che va a pezzi. Quando vola il drone, preferisci stare in casa per non essere colpito “per errore”. Quando vola il drone, non si riesce a usare internet, facebook, skype, ecc: si è isolati dal mondo.

Israele non nasconde ai propri acquirenti che i “vantaggi” dell’uso del drone sono stati “testati” e   sono documentabili. Ovviamente il laboratorio è Gaza e i “topi” sono i suoi abitanti. Dopo l’operazione “Piombo fuso”, gli israeliani furono in grado di documentare molto meglio l’uso del drone. Purtroppo Usa e Unione Europea condividono con Israele costosi progetti di ricerca nel campo di questi armamenti e ricevono addestramento da chi ha colpito Gaza ripetutamente al di fuori di ogni rispetto della legalità internazionale che vieta esattamente tutto ciò che viene praticato a Gaza. Il rapporto del dr. Atef si chiude con un forte appello, impegnativo per le nostre coscienze. Quando vi sarà un’iniziativa di dignitoso riscatto da parte delle cosiddette democrazie occidentali e una seria e responsabile valutazione dei crimini contro l’umanità che si vanno compiendo in tale contesto e con intollerabili complicità?

thanks to: mosaico di pace

L’esercito di Israele spara anche con armi italiane

Stefano Pasta
Fonte: Il Fatto Quotidiano – 17 luglio 2014

A Gaza si bombarda anche con le nostre armi. “L’Italia – denuncia la Rete Disarmo – sospenda immediatamente l’invio di armi e sistemi militari in Israele”. Sì, perché, secondo la XV Relazione Ue sul controllo delle attrezzature militari, siamo il più importante fornitore europeo di sistemi militari e armi leggere del governo di Tel Aviv: nel solo 2012 ne ha acquistate per 473 milioni di euro, su un totale di 613. Il made in Italy stacca nettamente il secondo classificato di questo triste podio, la Germania, che si ferma a 49 milioni.

M346 aermacch Non solo: il 9 luglio, nei primi giorni dei raid, l’azienda Alenia Aermacchi del gruppo Finmeccanica ha inviato i primi due aerei addestratori M-346 alla Forza aerea israeliana. I nuovi velivoli servono per l’addestramento a caccia di nuova generazione, ma possono anche essere armati e utilizzati per bombardare. In particolare, grazie alla loro maneggevolezza, potrebbero essere usati in aree urbane e di conflitti a basso dispiegamento di forze armate e di contraerea.

Secondo la Rete per il Disarmo, che raggruppa le principali organizzazioni impegnate sul tema, “tutto ciò avviene in aperto contrasto con la nostra legislazione relativa all’export di armamenti”. Effettivamente la legge 185 del 1990 prevede, proprio al primo articolo, l’impossibilità di fornire armi a Paesi “in stato di conflitto armato o i cui governi sono responsabili di gravi violazioni delle convenzioni internazionali in materia di diritti umani”. Il legame tra l’industria militare italiana e quella israeliana non è nuovo. Con la Legge 94 del maggio 2005, il governo Berlusconi III ratificò l’“Accordo generale di cooperazione tra Italia e Israele nel settore militare e della difesa” che definiva la collaborazione: misure per favorire gli scambi nella produzione di armi e il trasferimento di tecnologie, formazione, manovre militari congiunte e “peace – keeping ”. Nel luglio 2012, fu firmato un nuovo accordo sulla esportazione dei sistemi militari italiani verso Israele, tra cui appunto gli aerei M-346, definito “storico” dalla Difesa italiana e “un salto di qualità” dal premier Monti, che si era impegnato in prima persona. Salto di qualità mai discusso in Parlamento.

E ora cosa potrebbe fare il governo? Tramite l’Uama (Unità per le autorizzazioni dei materiali d’armamento), la Farnesina ha la facoltà di decidere sull’esportazioni di armi. Secondo la Rete Disarmo, il ministro Mogherini dovrebbe immediatamente impedire la fornitura di nuovi M-346 e, a livello europeo, promuovere un embargo di armi e sistemi militari

thanks to: Rete Italiana Per Il Disarmo

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