Testimoni di un crimine internazionale: lo Stato di Israele e il terrorismo a Gaza

26/7/2014

Di Ajamu Baraka Testimoni di un crimine internazionale: lo Stato di Israele e il terrorismo a Gaza.

L’ultima aggressione ai danni del popolo palestinese costituisce un crimine di guerra e un crimine contro l’umanità.

“Protective Edge” (“Margine di protezione”) è il nome fumettistico attribuito all’ultima offensiva militare israeliana contro la popolazione palestinese dei territori occupati: è rappresentativo della mistificazione della realtà secondo cui 1.700.000 palestinesi che vivono a Gaza, sostanzialmente prigionieri e indifesi, sarebbero i feroci aggressori che minacciano i pacifici coloni di Israele. Proprio come negli Stati Uniti, in cui il mito del colono innocente fu creato per giustificare il sistematico massacro delle popolazioni indigene, il genocidio di Israele viene mascherato trasformando la sua posizione da quella di invasore coloniale armato a quella di vittima.

Questa rivisitazione è aiutata e favorita negli Stati Uniti dai media istituzionali, che inscrivono la loro visione e la successiva comunicazione dei fatti nel quadro della narrazione del colono innocente. Questa narrativa va a liquidare e al contempo a normalizzare la relazione che esiste tra il colonizzatore e il colonizzato, per cui i territori occupati smettono di essere tali e vengono trasformati in territori “contesi”, per cui tutte le forme di resistenza messe in atto dai palestinesi diventano terrorismo.

Intrisi di questa retorica imperiale, i media istituzionali non solo ripetono a pappagallo la narrazione di Israele come vittima, ma si spingono anche a creare una finzione in cui le parti contrapposte sono sullo stesso piano. L’informazione mainstream si rammarica perché le due parti sono bloccate in una spirale di violenza, dando così l’assurda impressione che la violenza nei territori occupati sia un conflitto tra due forze con potenza simile e identica statura morale.

“I media istituzionali ripetono a pappagallo la narrazione di Israele come vittima

Dovrebbe essere chiaro a tutti che il tentativo di mettere concettualmente sullo stesso piano la forza dello Stato di Israele, una delle maggiori potenze militari mondiali, con il movimento di resistenza di un popolo prigioniero, bloccato da terra e dal mare in un campo di concentramento all’aperto, in una delle strisce di terra più densamente popolate del pianeta, costituisce una posizione fondamentalmente immorale. Eppure, per molti editorialisti e giornalisti statunitensi, per i liberali sionisti e  i loro omologhi nel movimento dei cristiani sionisti, così come per parte della stampa e dell’opinione pubblica europea, i limiti concettuali imposti da una presunzione di supremazia coloniale dei bianchi rendono impossibile vedere l’immoralità insita in questa ricostruzione del cosiddetto conflitto.

Gran parte del mondo ritiene che l’ultima aggressione ai danni del popolo palestinese costituisca un crimine di guerra e un crimine contro l’umanità. Tale posizione è stata ribadita dalla Corte Internazionale di Giustizia, la quale  ha decretato che Israele, in quanto potenza militare occupante, ha l’obbligo di proteggere i diritti dei civili nei casi di occupazione militare, ai sensi della Quarta Convenzione di Ginevra.

In questo quadro giuridico, l’uccisione di civili sotto occupazione, i bombardamenti indiscriminati delle comunità palestinesi, le punizioni collettive, la demolizione di case private, la detenzione arbitraria, la sottrazione di risorse idriche o di altre risorse naturali e la costruzione di insediamenti nei territori occupati possono essere considerati crimini di guerra e crimini contro l’umanità.

È questa la versione che andrebbe raccontata all’opinione pubblica statunitense. Al contrario, questa a è portata a credere che l’aggressione militare israeliana sia una risposta legalmente e moralmente giustificata all’aggressione di Hamas. Da questo punto di vista, non esiste la responsabilità speciale per le autorità israeliane di proteggere i diritti dei civili sotto occupazione militare, e le azioni del governo israeliano in risposta all’uccisione dei tre coloni adolescenti  sembra legittima e razionale.

Il colonialismo e il grande bluff degli interventi umanitari

Solo i più ingenui possono pensare che l’aggressione militare in corso abbia a che vedere con esigenze di “difesa” contro la resistenza simbolica offerta da  Hamas con il lancio dei razzi contro Israel. I commentatori più onesti sanno perfettamente che Israele ha provocato una reazione della resistenza palestinese operando una massiccia repressione a Gaza dopo l’uccisione dei tre coloni adolescenti, proprio per utilizzarla come giustificazione al suo attacco. Un attacco teso a distruggere il nuovo governo di unità nazionale palestinese.

La mentalità coloniale bolla qualsiasi forma di resistenza come illegittima, punibile con la morte e il terrore senza fine. È un chiaro messaggio per i palestinesi, le cui case vengono ridotte in polvere, che devono scavare per estrarre i corpi dei figli, delle mogli, dei padri, dei nonni. L’altro messaggio per i palestinesi, quello che loro hanno recepito fin troppo bene, è che le loro vite, paragonate a quelle dei coloni, non contano nulla e che nei loro confronti nessuno ha una “responsabilità di protezione”.

Israele ha provocato una reazione della resistenza palestinese operando una massiccia repressione a Gaza dopo l’uccisione dei tre coloni adolescenti, proprio per utilizzarla come giustificazione al suo attacco.”

L’aggressione contro i civili e le istituzioni di Gaza ha come obiettivo lo sterminio della popolazione della striscia – non necessariamente in senso fisico, solo perché a questo livello di consapevolezza globale ogni tentativo in tal senso susciterebbe una reazione nell’opposizione mondiale, quanto per cancellare Gaza come società funzionante, per distruggerla politicamente, culturalmente, spiritualmente e psicologicamente. Un processo che IIan Pappe descrive come “genocidio incrementale”, la cui matrice è terroristica nel suo senso più crudo, brutale e devastante.

Quando il genocidio o la pulizia etnica sistematica non sono opzioni percorribili, ridurre la popolazione indigena a una condizione di dipendenza, debolezza e terrore è la scelta migliore nell’ottica coloniale. L’attacco alle infrastrutture civili e alle istituzioni governative da parte dell’esercito di Israele lascia trasparire che è esattamente questo l’obiettivo di questa ultima operazione contro Gaza.

Negli ultimi quarant’anni, la comunità internazionale non è riuscita ad attribuire allo stato di Israele la responsabilità dei crimini di guerra e di altre gravi violazioni del diritto internazionale. Le procedure speciali delle organizzazioni dei diritti umani e delle Nazioni Unite hanno prodotto rapporti dettagliati sui crimini commessi da Israele negli ultimi quarant’anni, senza che  i responsabili fossero mai giudicati. E quando si tratta di Israele, l’intervento umanitario e la responsabilità di proteggere appaiono in tutta la loro natura di costrutto ideologico imperialista.

Nonostante le immagini dei bambini palestinesi estratti dalle macerie di edifici bombardati, nessuno ha pensato di richiedere un intervento umanitario per salvare una popolazione che oggi è presumibilmente la più maltrattata sulla faccia della terra. Al contrario, a “ambo le parti” vengono rivolti deboli e patetici appelli a moderarsi e a proteggere i “civili”, come se si potesse davvero operare una distinzione tra combattenti e non combattenti laddove tutto il popolo palestinese viene additato come nemico dalle autorità israeliane.

L’unica soluzione al peccato originale del progetto sionista è una autentica decolonizzazione.”

Richard Falk, l’inviato speciale delle Nazioni Unite  sui diritti umani dei palestinesi sottolinea l’ipocrisia dell’Occidente quando si tratta di Israele.

“…invece di condannare questo ricorso alla violenza come una vera e propria  ‘aggressione’ che viola  le carte dell’ONU e principi fondamentali del diritto internazionale,  la reazione dei diplomatici occidentali e dei media mainstream si schiera perversamente con Israele. Dal Segretario Generale dell’ONU al Presidente degli Stati Uniti, la richiesta principale è stata quella rivolta a Hamas per fermare i lanci di razzi, mentre a Israele viene timidamente raccomandato di “moderarsi”.

Quale futuro si prospetta per la Palestina? È possibile una riconciliazione nell’ottica di una relazione coloniale ancora in corso? È ancora in piedi la prospettiva dei due stati con oltre 500.000 coloni ad occupare quasi la metà delle terra che dovrebbe appartenere allo Stato Palestinese, e che comunque rappresenta appena il 22% dei confini palestinesi prima della creazione di Israele?

Frantz Fanon sostiene che:

“Uno dei due mondi, quello dei coloni o quello dei nativi, deve essere distrutto per porre fine al sistema coloniale. Non deve trattarsi semplicemente di una disfatta militare o di un accordo politico – ma della totale distruzione di un’altra modalità di vita”

Mentre gli israeliani continuano a sottrarre terre ai palestinesi, a uccidere, degradare e umiliare la popolazione e a creare le condizioni oggettive che rendono impossibile la creazione di uno vero e indipendente stato Palestinese, è sempre più chiaro che l’unica soluzione al peccato originale del progetto sionista è un’autentica decolonizzazione, in cui la presenza, l’umanità e la sovranità dei colonizzati vengano ripristinate.

Un’autentica decolonizzazione è l’unica soluzione possibile, perché la logica interna del processo coloniale/ capitalista suggerisce che l’affermazione di Fanon è corretta – ovvero che non ci possa essere riconciliazione tra l’autodeterminazione e lo sviluppo indipendente della Palestina e  uno stato di Israele che continua a imporsi come stato coloniale. Perché anche nel quadro della cosiddetta soluzione dei due stati, la base materiale del progetto coloniale di Israele è dipendente dalla continua espansione e dall’esproprio della terra alla Palestina, oltre che dalla subordinazione del popolo palestinese.

Quindi, mentre qualche palestinese e i suoi sostenitori ancora sperano nella soluzione dei due stati, le autorità israeliane comprendono la posizione di Fanon secondo cui “solo uno dei due mondi sopravviverà” e dunque si accingono a distruggere la resistenza palestinese. È questa la vera storia di Gaza e dei territori occupati – un crimine continuo che umilia tutti noi che siamo costretti ad assistervi.

Ajamu Baraka è un attivista dei diritti umani e analista geo-politico.  Baraka è ricercatore presso  l’Institute for Policy Studies (IPS) a Washington, D.C., oltre che redattore e  editorialista della Black Agenda Report. Le sue ultime pubblicazioni includono contributi a due libri pubblicati di recente “Imagine: Living in a Socialist USA” e “Claim No Easy Victories: The Legacy of Amilcar Cabral.” Può essere contattato all’indirizzo info.abaraka@gmail.com e all’indirizzo www.AjamuBaraka.com

thanks to: Traduzione di Romana Rubeo

Infopal

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