Una prospettiva di genere sull’attacco israeliano in corso a Gaza

“La fine del Sionismo è una questione femminista”, scrive Nada Elia, attivista di “INCITE!”, puntando l’attenzione sull’impatto della violenza di Stato e della guerra condotta da Israele contro Gaza sulle donne e sulle persone che sfidano i confini di genere: “La violenza non è un paio di anfibi che si possano lasciare sulla soglia di casa”.

Mentre l’attacco israeliano sulla popolazione palestinese assediata a Gaza entra nella terza settimana, continuiamo ad ascoltare notizie sul numero “sproporzionatamente alto” di donne e bambini vittime dei bombardamenti. Questa espressione induce a chiedersi: qual è il numero proporzionato di donne e bambini uccisi in un genocidio? Già Maya Mikdashi, su Jadalyiya, si è posta questa domanda nel suo editoriale intitolato “Gli uomini palestinesi posso essere vittime?”: se la maggior parte delle vittime fossero uomini adulti, i crimini israeliani sarebbero forse meno gravi?

E’ necessaria un’analisi di genere della violenza: un’analisi che riconosca che non ci sono “proporzioni” accettabili, perché tutte le morti sono da piangere, e allo stesso tempo fornisca gli strumenti per una comprensione delle manifestazioni della violenza da un altro punto di vista.

Stupri invocati

Il network femminista INCITE! Donne e Persone Trans di Colore contro la Violenza ha sempre ritenuto che la violenza di Stato sia orientata tanto secondo l’appartenenza etnica quanto secondo quella di genere.

Il Sionismo ne è un esempio importante; è una ideologia razzista, basata sul privilegiare un gruppo etno-religioso rispetto agli altri.

Quando uno Stato guarda un’intera popolazione – una popolazione indigena, espropriata, senza diritti e sotto occupazione – come una “minaccia demografica”, adotta una visione che è essenzialmente razzista e sessista.

Il controllo razzista della popolazione ricorre specificamente alla violenza contro le donne. Pertanto non è sorprendente che Mordechai Kedar, un ex ufficiale dell’intelligence militare israeliana diventato accademico, abbia, di fatto, suggerito che “stuprare le donne e le madri dei combattenti palestinesi” potrebbe essere un deterrente per gli attacchi di Hamas.

Allo stesso modo, la deputata israeliana Ayelet Shaked non ha cercato di presentare l’assassinio di bambini palestinesi e delle loro madri come un evento sfortunato, un “danno collaterale sproporzionato” – ma lo ha apertamente invocato, affermando che le madri palestinesi debbano essere uccise perché danno alla luce “piccoli serpenti”.

Questo commento riflette l’atteggiamento israeliano verso le infrastrutture palestinesi, volto a rendere possibile un alto numero di aborti spontanei attraverso il blocco di risorse fondamentali come l’acqua e i rifornimenti medici, costringere donne in gravidanza a lunghe attese ai check point militari sulla strada per l’ospedale e, più in generale, creare condizioni inumane e invivibili per i palestinesi.

Quest’ultima ondata di attacchi assassini sui palestinesi della Striscia di Gaza, non solo ha causato la morte di centinaia di palestinesi ma ha anche aumentato il numero degli aborti spontanei, dei parti prematuri e dei nati morti. 

In passato, le donne Israelo-etiopi, per la maggior parte ebree, sono state soggette a iniezioni contraccettive obbligatorie senza il loro consenso.

Porre fine al Sionismo, dunque, è una questione femminista e di giustizia riproduttiva.

Liberare le donne?  

Ovviamente, la violenza sessista come strumento della colonizzazione non è una strategia nuova; colonialismo, patriarcato e ipocrisia di solito camminano a braccetto.

La Francia del XIX Secolo proclamava di voler liberare le donne algerine anche mentre bruciava interi villaggi e città. Il noto uomo bianco colonialista ha cercato di farci credere che stava agendo in base all’impulso altruista di liberare le donne di colore dagli uomini, anche mentre la potenza coloniale di turno impoveriva interi paesi.

Le donne algerine non stavano certamente meglio grazie al colonialismo francese, anzi, le loro condizioni sono peggiorate nettamente.

Allo stesso modo e più di recente, l’amministrazione di George W. Bush si è autoconcessa una pacca sulla spalla per aver “liberato” le donne afgane dai Talebani.

Eppure abbiamo visto, lungo tutta la storia – e non solo in Afghanistan, Iraq, Iran, Algeria o Palestina – che le guerre non hanno mai liberato le donne e le persone di colore che sfidano i confini di genere.

Oggi, Israele ha sviluppano un nuovo marchio di questa ipocrisia, affermando di essere “più civile dei palestinesi” perché sarebbe un paese più “gay-friendly”. Questo è pinkwashing: un tentativo israeliano di distrarre l’attenzione dalle violazioni dei diritti umani in corso puntando sul suo presunto migliore riconoscimento dei diritti delle persone gay.

Ma, di nuovo, questo trattamento è razzista.

Qualsiasi cittadino ebreo di Israele può e deve servire nelle forze di occupazione israeliane, ma esse stesse sono forze impegnate nel genocidio dei palestinesi.

Un esercito in cui i soldati assassini siano in parte gay è forse più etico? Fermatevi a pensare chi sia a perpetrare la violenza più grande.

Chi sta negando alle donne palestinesi, ai bambini, ai gay, alle lesbiche, alle persone trans e agli uomini etero i diritti più elementari – libertà di movimento, sicurezza, riparo, cibo, una casa, una vita? Bisogna riconoscere che la parte più colpevole è quella “civile” di Israele, non la “eteropatriarchia” palestinese.

La guerra – il militarismo – sono attività ipermaschiliste che glorificano e ricompensano la violenza, compresa quella sessista, e un soldato o una soldatessa addestrati alla violenza non possono metterla da parte quando tornano a casa.

Tutta la società israeliana è addestrata alla violenza. E la violenza non è un anfibio da combattimento che si possa lasciare sulla soglia di casa; la violenza diventa una seconda natura (a meno che non sia la prima) e l’intera comunità che si impegna nella guerra è una comunità più violenta, non solo sul fronte. 

Questo è ciò che vediamo oggi, così come lo abbiamo visto ogni volta che Israele ha intensificato l’attacco sui palestinesi.

Per i palestinesi, non ci sono “fronti”, o “zone di guerra”. Tutta la Palestina storica è un fronte, visto che ci sono gruppi di israeliani violenti che scendono in strada in spedizioni punitive.

Questa idea è sempre stata al centro dell’analisi di INCITE!. Ci rendiamo conto che in situazioni di colonialismo, le donne indigene, le persone trans e quelle che sfidano i confini di genere sopportano il peso di un innesto tra razzismo e sessimo.

Ci stiamo impegnando in una battaglia comune, dall’India al mondo arabo, dall’Asia sud occidentale all’Africa e alle Americhe per la dignità e la sovranità dei popoli indigeni.

Per questo INCITE! nel 2010 ha appoggiato la richiesta palestinese di Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS) contro Israele e per questo è ancora impegnata alla lotta dal basso contro la violenza di Stato contro l’intero popolo palestinese.

Nada Elia *

* era nel Collettivo di INCITE! quando l’organizzazione ha aderito alla campagna BDS ed è oggi nel collettivo organizzatore della Campagna USA per il Boicottaggio Accademico e Culturale di Israele (USACBI).

Fonte: Electronic Intifada
Traduzione a cura di Enzo Mangini


Pubblichiamo la traduzione di un articolo scritto il 23 luglio da David Sheen su http://muftah.org, che rende bene l’idea e fa chiarezza su come la guerra di Israele contro la Palestina – e in particolar modo su Gaza – si faccia largo su più fronti, compreso quello del corpo delle donne. Un’attitudine spregevole che altro non fa che rivelare aspetti squallidi e cruenti dell’ennesima operazione di guerra intrapresa da parte di Israele.

Al cominciare della terza settimana dell’ultimo assalto di Israele a Gaza, la forza distruttiva scatenata sulla Striscia ha preso un tributo enorme, con oltre 650 palestinesi morti, più di 4.200 feriti – per lo più civili – e centinaia di migliaia di senzatetto. Come vede da Gaza, il livello di incitamento razzista anti-palestinese da parte dei maggiori esponenti politici, religiosi e culturali israeliani raggiunge ogni giorno nuovi picchi, ed ha assunto anche un tono misogino.

PROMUOVERE LO STUPRO DI GAZA E DELLE DONNE GAZAWI

Il 21 luglio i media israeliani hanno riferito che Dov Lior, rabbino capo dell’insediamento Kiryat Arba in Cisgiordania, ha emesso un editto religioso sulle regole di ingaggio in tempo di guerra, che ha poi inviato al ministro della Difesa del Paese. L’editto dichiara che secondo la legge religiosa ebraica, è lecito bombardare innocenti civili palestinesi e “sterminare il nemico.”

Mentre Lior è tenuto in grande considerazione, è anche associato con il sionismo religioso di “ala conservatrice.” Al contrario, David Stav, rabbino capo della città di Shoham è considerato un leader di una corrente “liberale” del sionismo. In un editoriale pubblicato lo stesso giorno dell’editto precedente, Stav definiva l’assalto a Gaza come una guerra santa, comandata dalla Torah stessa e che quindi deve essere spietata.

Mentre queste importanti figure religiose urlano in favore di una guerra di sterminio, alcuni israeliani laici hanno suggerito di effettuare attacchi di natura più perversa.

Il giorno dopo queste dichiarazioni di Lior e Stav, è emersa la notizia che il Comune di Or Yehuda, situato nella regione costiera di Israele, ha stampato e affisso uno striscione di sostegno ai soldati israeliani. La scelta dei termini dello slogan suggerisce lo stupro delle donne palestinesi. Il testo dello striscione recita: “Soldati israeliani, gli abitanti di Or Yehuda sono con voi! Sbattete la loro madre e tornate a casa sicuri dalle vostre madri.”

Questa traduzione inglese (italiano, Trad.) del ebraico “Gansu” come “Sbattere” (in inglese “pound”, sinonimo di “bang”) significa letteralmente battere, ma ha anche un significato colloquiale che connota la penetrazione sessuale. Nell’originale ebraico, il doppio senso è invertito: “Gansu B” ha il significato colloquiale di attaccare fisicamente qualcuno, ma letteralmente significa entrare, sessualmente o in altro modo – questa connotazione sessuale si trova in ebraico nelle espressioni linguistiche dei blog sessuali.

La frase “la madre”, “ima shelahem” in ebraico, ha anche il significato colloquiale di “con grande intensità.” Questa espressione si è diffusa proprio perché, per molte persone, ammettere che la loro madre sia stata aggredita è più doloroso che ricevere un colpo diretto alla propria persona. Nel contesto dello striscione della città, il linguaggio della violenza sessuale è preso in prestito per articolare la sottomissione spietata della popolazione palestinese di Gaza.

Chiaramente l’intento del Consiglio della città di Or Yehuda è stato quello di mostrare il sostegno per l’esercito israeliano con quello che ritenevano essere un intelligente gioco di parole. Scegliendo l’espressione volgare “Gansu ba-ima shelahem” – che significa “batterli con grande intensità” e anche “entrare nel loro madre”- suggeriva sia un’incoraggiamento alla violenza verso i palestinesi ed anche un riferimento alla cultura dello stupro, che è molto diffusa in Israele.

L’affissione dello striscione in Or Yehuda è venuto pochi giorni dopo la comparsa di un’immagine composita che suggerisce violenza sessuale nei confronti di Gaza, che è stata ampiamente condivisa da civili israeliani sulla popolare app WhatsApp.

Nell’immagine, una donna con l’etichetta “Gaza”, che indossa un vestito islamico conservatore dalla vita in su e quasi nulla dalla vita in giù, ritratta in posa ammiccante e con uno sguardo allusivo verso l’osservatore. Il testo ebraico che accompagna l’immagine recita: “Bibi, finisci dentro questa volta! Firmato, i cittadini in favore dell’assalto da terra.” Di nuovo, un doppio senso è stato utilizzato per promuovere la guerra, con riferimento stupro. In ebraico, il significato colloquiale di “finire” è eiaculare.

Se nel manifesto di Or Yehuda lo stupro è solamente accennato, e l’immagine WhatsApp gioca allusivamente con esso, un eminente accademico israeliano ha clamorosamente lanciato l’idea di usare violenza sessuale contro le palestinese proprio all’inizio di queste ostilità.

Il 1° luglio, subito dopo il ritrovamento dei corpi dei tre ragazzi israeliani dispersi in Cisgiordania, il docente dell’Università di Bar Ilan, Mordechai Kedar, ha parlato alla radio israeliana in merito alla possibilità di violentare le donne palestinesi al fine di scoraggiare il “terrorismo”, dicendo che solo la consapevolezza che Israele potrebbe inviare agenti di violentare la madre o la sorella di un militante palestinese, come punizione per i suoi crimini, lo potrebbe dissuadere dal compiere tali azioni.

Nessuno di questi ultimi riferimenti allo stupro dovrebbe sorprendere dopo che l’esercito israeliano ha promosso Eyal Qarim al secondo cappellano più potente nei suoi ranghi, anni dopo la sua decisione di stabilire che lo stupro sulle palestinesi era ammissibile in tempo di guerra. Solo dopo che il famoso blogger israeliano Yossi Gurvitz aveva esposto pubblicamente la ripugnante sentenza del marzo 2012, il rabbino è stato costretto a tornare indietro sul suo vile verdetto.

“SLUT-SHAMING” (LA COLPEVOLIZZAZIONE DELLA VITTIMA, N.D.T): DONNE EBREE ISRAELIANE IN SUPPORTO DELLA PALESTINA

Nell’ultimo mese, le donne palestinesi non sono state le uniche ad essere minacciate di violenza sessuale da figure pubbliche di Israele. Lo stesso giorno in cui Kedar ha rilasciato l’odiosa intervista, Noam Perel, Rabbino leader mondiale del Bnei Akiva (il più grande gruppo di giovani ebrei religiosi nel mondo), si rese autore di un post di Facebook in cui chiedeva l’assassinio di massa dei palestinesi e la raccolta dei loro prepuzi come trofei. Perel subito la censura del sito per i suoi commenti orribili.

Come nella maggior parte delle società scioviniste, sono le donne che portano il peso della violenza sessuale maschile, e le donne ebree israeliane non sono state risparmiate. Quelle donne che professano pubblicamente supporto per i palestinesi, richiedenti asilo africani, o di qualsiasi altro gruppo non-ebrei in Israele sono spesso vittima di “slut-Shaming” e costantemente bersaglio degli ultra-nazionalisti con minacce di varie forme di violenza sessuale, tra cui lo stupro di gruppo.

La violenza sessuale contro le donne ebree-israeliane è perpetrata non solo da scheggie impazzite della destra. Oggi (il 23 luglio, N.d.T) è l’ultimo giorno in cui Shimon Peres sarà presidente di Israele. Il suo immediato predecessore Moshe Katsav, che si trova attualmente in carcere, sta scontando una condanna per stupro e altri reati sessuali. Domani a Gerusalemme, Peres sarà sostituito da Reuven Rivlin. Rivlin si è guadagnato il titolo in gran parte perché i suoi due principali rivali, Silvan Shalom e Meir Shitrit, erano entrambi credibilmente accusati di aver commesso gravi crimini sessuali durante la campagna elettorale presidenziale. Allo stesso modo, l’attuale capo della polizia di Gerusalemme è stato scelto per sostituire Nisso Shaham, dopo che egli è stato incriminato con l’accusa di aver commesso una serie di crimini sessuali.

Al crescere a livelli terrificanti dell’incitamento anti-palestinese nella società israeliana, esso si è mescolato con la misoginia per creare un cocktail di odio di sconosciuta potenza. Forse, come sostengono molti sionisti, tutto questo discorso sono solo spacconate e gli ebrei israeliani sono per lo più incapaci di commettere lo stupro come un atto di guerra. Vale la pena di ricordare, però, che queste stesse persone hanno fatto affermazioni identiche su torture e omicidi fino a un mese fa, quando un gruppo di ebrei ha rapito l’adolescente palestinese Mohammed Abu Khdair, lo ha costretto a bere del carburante, e gli diede fuoco bruciandolo vivo.

Fonte: InfoAut

thanks to: PALESTINAROSSA

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