Mostrare le foto terribili di Gaza? Lo rifarei mille volte per svelare un crimine contro l’umanità

 

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(Alessandro Aramu) – Essere di parte, se si tratta di giornalismo militante, è tutt’altro che una brutta cosa, soprattutto se ai lettori si offre la propria posizione senza finzioni. Dopotutto è quello che faccio da quando ho deciso di fare questo mestiere.

La guerra è brutale e non si può certo capire (e neppure immaginare) facendo vedere il fumo che si leva alto in cielo da decine di chilometri di distanza. All’autore di questo articolo, che cita un mio editoriale sulla Rivista Spondasud, dico quindi che, senza alcun dubbio, serve mostrare certe foto. Intendo le foto dei bambini uccisi in guerra. Non mi piace l’effetto moltiplicatore della violenza e neppure il voyeurismo dei corpi straziati e macellati. Non l’ho fatto per la guerra in Siria, che seguo da oltre tre anni, figuriamoci se avrei potuto farlo con il massacro di Gaza.

Lo scopo è molto semplice: svelare, scoprire, far conoscere. Un po’ come fecero le truppe di liberazione alla fine della seconda guerra mondiale, quando costrinsero coloro che abitavano intorno ai campi di concentramento a entrare oltre il reticolato per vedere con i propri occhi lo sterminio nazista nei confronti degli ebrei. Non potendo portare le persone a Gaza, mi sono detto, allora portiamo Gaza sotto gli occhi delle persone.

Così in Israele, oggi, la quasi totalità dell’opinione pubblica dubita del fatto che siano stati uccisi così tanti civili, così tanti bambini, solo perché i media, i loro media, hanno censurato quelle immagini. Per molti israeliani, l’operazione militare sulla Striscia di Gaza ha distrutto soltanto i tunnel scavati da Hamas, ha colpito in prevalenza edifici utilizzati come “covo dai terroristi” e ha ucciso soprattutto i miliziani armati.

In pochi hanno potuto vedere l’orrore e la devastazione di questa operazione militare. E non c’è dubbio che mostrare per giorni una colonna di fumo sia ben diverso che mostrare il corpo dilaniato di un bimbo la cui unica colpa era quella di giocare con gli amici su una spiaggia.

Una spiaggia non diversa da quella di Tel Aviv, dove altri bambini, nelle stesse ore, giocavano come se nulla fosse accaduto.

thanks to: spondasudnews

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