Renzi, portaborse di Eni e Finmeccanica

di Alex Zanotelli
Mentre arrivava in Senato  il disegno di legge sulla Cooperazione allo sviluppo, il presidente del Consiglio Matteo Renzi partiva per il suo viaggio in Africa . Un viaggio emblematico che ci aiuta a capire come leggere il nuovo disegno di legge sulla cooperazione. Ritengo che sia la nuova legge come il viaggio di Renzi  possano essere riassunti in una sola parola: business/affari.

Infatti  Renzi è partito alla volta dell’Africa con una folta delegazione di manager di imprese italiane, guidata dal viceministro allo Sviluppo economico, Carlo Calenda. Presente nella delegazione anche Alessandro Castellano,  direttore della Sace (Società per i servizi assicurativi del commercio estero), per assicurare gli investimenti all’estero delle imprese italiane, con seicento milioni di euro a disposizione delle ditte che investono nell’Africa subsahariana. Ma tra i prestigiosi nomi  della delegazione spiccava l’Eni , la potente compagnia petrolifera ben piazzata nei tre stati visitati da Renzi: Mozambico, Congo Brazzaville e Angola.

Il 19 luglio l’arrivo a Maputo, capitale del Mozambico, non a caso scelta come prima tappa del viaggio di Renzi.  Infatti nel 2011  l’Eni ha scoperto nella provincia di Cabo del Gado un giacimento off-shore di due miliardi e mezzo di metri cubi di gas, capaci di soddisfare i bisogni energetici delle famiglie italiane per i prossimi trent’anni. Renzi ha detto che l’Eni investirà 50 miliardi di dollari in Mozambico. «Uno dei più grandi investimenti al mondo sul gas», ha detto Calenda. In Mozambico operano già oltre 90 imprese italiane. «Il governo intende fare del Mozambico il test su come si affronta un mercato in Africa» ha detto ancora il viceministro, «e intende farne il centro della sua attività».

È chiaro che gli investimenti andranno a beneficio delle imprese italiane, poco o nulla andrà a beneficio del popolo mozambicano. È questo l’aiuto allo “sviluppo”?

Nella seconda tappa, il 20 luglio, Renzi arriva a Brazzaville, capitale del Congo, dove l’Eni è ben piazzata per l’estrazione del petrolio. Renzi firma un altro accordo con il governo congolese per un giacimento di petrolio off-shore.

Terza tappa: il 21 luglio Renzi raggiunge Luanda, capitale dell’Angola, tra le nazioni più ricche di risorse dell’Africa. Anche qui l’Eni è presente, fin dal 1961. Renzi apre al governo angolano la scatola di Pandora delle imprese italiane. Il messaggio di Renzi è chiaro: è venuto in Africa per fare affari. E i soldi della Cooperazione italiana servono spesso a sostenere le imprese nostrane con appalti all’estero che spesso hanno ben poca utilità per le popolazioni locali.

Infatti mentre le élites borghesi al potere, con le quali il governo italiano si accorda, diventano sempre più ricche , il popolo diventa sempre più povero.

Trovo molto grave che il viaggio di Renzi sia stato organizzato quasi in funzione dell’Eni che, in Africa, ha sulla coscienza un grave crimine ambientale: il disastro ecologico del Delta del Niger. Nonostante le proteste e le lotte del popolo Ogoni che vive in quella regione, nonostante la costante pressione dei movimenti ambientalisti nostrani, i vari governi italiani (da Berlusconi a Renzi), non hanno mai voluto affrontare l’argomento. Ho lavorato personalmente per l’invio di una Commissione parlamentare nel Delta del Niger, ma il ministero degli affari esteri ha negato il permesso.

Ritengo altresì grave la presenza di Finmeccanica nella delegazione che ha seguito Renzi. In un continente dilaniato da guerre e guerriglie, come può l’Italia presentarsi vendendo altre armi? Come ha potuto il governo italiano inviare la portaerei Cavour per il periplo dell’Africa, esibendo la nostra migliore produzione di armi ai governi africani? Non si può dare con una mano l’aiuto per la lotta contro la fame nel mondo, e con l’altra offrire armi.

Inoltre, non è con questo tipo di “cooperazione” che risolveremo il dramma delle migrazioni. Nonostante Renzi a Maputo abbia detto che «serve ciò che stiamo facendo in Mozambico»,  è proprio il tipo di “sviluppo” promosso dal presidente del consiglio che forza la gente a fuggire dalle zone rurali per ammucchiarsi nelle baraccopoli o a imbarcarsi sui barconi della “speranza”. È proprio il nostro Sistema economico-finanziario, del quale Renzi è un paladino, che ridurrà l’Africa a essere per tre quarti non abitabile (per il surriscaldamento) e forzerà almeno duecento milioni di africani a fuggire, secondo i dati Onu.

Non è questa la strada della cooperazione, della solidarietà, del futuro per noi e per loro.

Lo scrivo come missionario, inviato dalla mia gente africana a convertire la “tribù bianca”. La missione continua.

Napoli 23 luglio 2014

 

thanks to: nigrizia

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