Gaza: ancora non liberi di pescare

di Rosa Schiano


Nonostante gli accordi di cessate il fuoco le navi militari israeliane continuano ad attaccare pescatori palestinesi intenti a lavorare nelle acque di Gaza. Nel solo mese di settembre in 18 casi i soldati israeliani hanno aperto il fuoco, un palestinese è rimasto ferito, 11 pescatori sono stati arrestati, 4 barche e 22 reti da pesca sono state confiscate.

Le speranze che i palestinesi riponevano negli accordi per il cessate il fuoco raggiunto il 26 agosto tra Israele e gruppi della resistenza palestinese che ha messo fine all’ultima offensiva israeliana “Margine protettivo” sono state presto disattese. Soprattutto quelle dei pescatori di Gaza. Il governo di Netanyahu aveva infatti concesso ai palestinesi un’estensione dell’area marittima fino a 6 miglia nautiche dalla costa. Un’estensione che rappresentava di fatto un ritorno all’accordo raggiunto dopo la precedente offensiva israeliana “Colonna di difesa” del novembre 2012, niente di più, niente di meno.

Navi militari israeliane hanno continuato ad attaccare pescatori palestinesi intenti a lavorare nelle acque di Gaza. Nel solo mese di settembre, riporta il Palestinian Centre for Human Rights, in 18 casi i soldati israeliani hanno aperto il fuoco, un pescatore palestinese è rimasto ferito, 11 pescatori sono stati arrestati, 4 barche e 22 reti da pesca sono state confiscate. Tali aggressioni sono avvenute tutte dentro il limite delle 6 miglia nautiche dalla costa.

Il pescatore ferito il 17 settembre, Jom’aah Ahmed Mohammed Zayed, di 69 anni, era a pochi metri dalla costa sulla spiaggia a nord di Beit Lahia. Da una torre di controllo posta lungo il confine un soldato ha aperto il fuoco su un gruppo di pescatori che si trovavano nella zona. L’uomo, che si trovava ad una distanza di 200 mentri dalla barriera, era stato colpito da un proiettile alla gamba destra. Precedentemente, un pescatore vi fu ferito nel mese di maggio di quest’anno, mentre un altro giovane pescatore vi fu ucciso nel settembre 2012.

In molti casi, le aggressioni da parte della marina militare israeliana avvengono nella parte settentrionale della Striscia. Si registrano casi di arresti anche ad un miglio o un miglio e mezzo dalla costa.

In questi ultimi giorni si è registrata una escalation di attacchi. Solo nella giornata di mercoledì, sette pescatori sono stati arrestati nelle acque di Gaza, mentre giovedì scorso una barca da pesca è stata colpita ed affondata, il pescatore che era a bordo ha perso conoscenza ed è stato poi tratto in salvo. I sette pescatori arrestati fanno parte di due famiglie: cinque pescatori della famiglia Baker e due pescatori della famiglia Abu Ryala. Poi sono stati rilasciati ieri ma le loro barche, unico mezzo di sopravvivenza, sono state confiscate. Le barche vengono tenute, insieme a tante altre, nel porto israeliano di Ashdod.

Quali sono i motivi che spingono le autorità israeliane a non permettere ai pescatori palestinesi di pescare? Mentre da un lato giustificano tali aggressioni con “motivi di sicurezza” – quale pericolo essi possono costituire per Israele, a bordo delle loro piccole hasaka a remi o a motore, questo è difficile da capire – in realtà tali violazioni servono a quel rafforzamento del blocco navale sul quale pare che Tel Aviv non voglia affatto ripensare, nonostante le preoccupazioni internazionali. L’apertura del mare di Gaza potrebbe rappresentare un’ancora di salvezza per la popolazione di Gaza assediata, così come l’apertura di altri valichi per il passaggio di beni e persone. Israele si oppone, la Striscia deve rimanere assediata.

Da un altro lato, appare necessario anche tener presente l’importante presenza di un grosso giacimento di gas naturale nelle acque territoriali palestinesi (a 30 km dalla costa, circa 19 miglia), Gaza Marine, tuttora bloccato, nel tentativo di impedire ai palestinesi di gestire le proprie risorse naturali (si legga a proposito l’articolo di Manlio Dinucci su Il Manifesto http://ilmanifesto.info/gaza-il-gas-nel-mirino/ ).

I pescatori, il cui livello di povertà sta crescendo esponenzialmente, sono quindi tra le vittime principali del blocco navale. Andrebbe anche detto che tutto questo rientra in una strategia che mira a scoraggiare la popolazione a vivere sul proprio territorio, a resistere con la forza delle proprie braccia, a ucciderne i figli per minarne il futuro, a cercare di cancellarne l’identità, a costringela infine a scappare. A morire forse anche in quel mare, come accaduto ai tanti che hanno tentato di raggiungere dall’Egitto le coste italiane.

Le 20 miglia nautiche che erano state stabilite sotto gli accordi di Jericho nel 1994 tra Israele e l’Organizzazione di Liberazione della Palestina (OLP), furono ridotte a 12 miglia sotto l’Accordo Bertini nel 2002. Nel 2006, l’area acconsentita alla pesca fu poi ridotta a 6 miglia nautiche dalla costa. A seguito dell’offensiva militare israeliana “Piombo Fuso” (2008-2009) Israele ha imposto un limite di 3 miglia nautiche dalla costa, impedendo ai palestinesi l’accesso all’ 85% delle acque a cui hanno diritto secondo gli accordi di Jericho del 1994. Gli accordi raggiunti tra Israele e la resistenza palestinese dopo l’offensiva militare israeliana di novembre 2012, “Colonna di Difesa”, hanno concesso ai pescatori di Gaza di ottenere nuovamente le 6 miglia nautiche dalla costa. Il 12 Marzo 2013, Israele ha imposto nuovamente un limite di 3 miglia nautiche dalla costa, affermando che tale decisione era stata presa a seguito dell’invio di alcuni razzi palestinesi verso il sud di Israele.

Il 22 maggio 2013, le autorità militari israeliane hanno diffuso attraverso alcuni media la decisione di estendere nuovamente il limite a 6 miglia nautiche dalla costa. Il limite è stato poi nuovamente ridotto da Israele a 3 miglia nautiche dalla costa e ristabilito a 6 miglia con gli accordi per il cessate il fuoco raggiunti dopo l’ultima offensiva.

( Fonte:NenaNews )

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