Intervista a Rosa Schiano, “imputata” di solidarietà con la Palestina

  • Lunedì, 01 Dicembre 2014 09:19

Intervista a Rosa Schiano, "imputata" di solidarietà con la Palestina

Ciao Rosa da parte della redazione napoletana di Contropiano e solidarietà per i volgari attacchi subiti da parte del quotidiano di Caltagirone “il Mattino”. Insomma hai condiviso un link su facebook sulla questione palestinese e ti sei ritrovata protagonista di una vergognosa campagna stampa che ti dipinge come filoterrorista, con tanto di foto d’archivio che  ti ritrae vicino a un uomo dal viso coperto e un’arma in pugno. Partiamo proprio da qui. La tua versione dei fatti.

È sconcertante che, attorno alla condivisione di un post su un social network, sia stato creato un caso mediatico di questa portata. C’è da chiedersi a cosa si sia ridotto il giornalismo italiano. Sapevo di essere nel mirino di chi aderisce a posizioni filo israeliane ma, una volta rientrata in Italia, pensavo che le pressioni sarebbero diminuite. Non è stato così ed ho avuto modo di sperimentarlo durante l’ultima offensiva israeliana su Gaza quando, diffondendo informazioni attraverso Twitter, ricevevo commenti con offese personali o sessiste. Si tratta di una strategia che mira a esercitare pressione psicologica. Era una comunità che tentava di screditare chi faceva informazione: la lotta si svolgeva  anche sul piano della comunicazione. Durante la mia attività di volontariato nella Striscia di Gaza più volte ho vissuto episodi simili dove sotto accusa era il mio lavoro di documentazione sul posto. Quella stessa foto usata da “Il Mattino” in questi giorni era stata già utilizzata precedentemente su altri siti filo israeliani al fine di ledere la mia immagine. Eppure, l’attività che svolgevo a Gaza con l’ISM era del tutto pacifica: accompagnamento di civili, interposizione durante il lavoro con pescatori e contadini, partecipazioni ad azioni non violente, documentazione dai luoghi attaccati e dagli ospedali. A partire dalla fine dell’ultima offensiva sulla Striscia, la situazione in Palestina è peggiorata anziché migliorata e nessun accordo previsto per il cessate il fuoco è stato rispettato, mentre le tensioni continuavano a salire a Gerusalemme est e tutta la Cisgiordania ed hanno visto attacchi a moschee ed aggressioni di coloni contro civili palestinesi, ed azioni individuali di palestinesi contro civili o soldati israeliani, nonché uccisioni (tra cui l’ultima, terribile, il 17 novembre,  del trentaduenne palestinese conducente di bus trovato impiccato nell’insidediamento di “Givat Shaul” nel villaggio di Deir Yassin, un omicidio pare commesso da coloni estremisti). È in questo contesto di aggressioni fisiche e psicologiche che si inserisce l’agguato nella sinagoga di Gerusalemme. I due palestinesi sapevano che sarebbero stati uccisi dopo l’agguato, ma l’esasperazione li ha portati a compiere questo gesto estremo. Sebbene io sostenga il diritto dei palestinesi alla resistenza armata come tra l’altro riconosciuto dal diritto internazionale ai popoli sotto occupazione, non condivido l’uccisione di civili inermi, e credo che Israele se ne serva poi per giustificare un’azione repressiva ancor più forte, oltre a fare molto male all’immagine e alla causa dei palestinesi.

La condivisione di quel post sulla mia pagina facebook, pubblicato su una pagina inglese, voleva fornire un punto di vista differente e non può essere considerata un’approvazione dell’attentato. Non ho pensato al fatto che il post potesse essere strumentalizzato al fine di attaccare me e la mia mostra fotografica in esposizione a Portici. Ho vissuto a lungo in Palestina, conosco il valore della parola “martire” ed il rispetto che le persone nutrono per coloro che sono disposti a morire per la liberazione della loro terra e l’ottenimento dei loro diritti. I nostri media hanno parlato di attentato e di terroristi isolando l’agguato dal contesto in cui è avvenuto e non permettendo così al pubblico di capire le circostantanze, non permettono di capire che non esistono lì due popoli in guerra ma un popolo oppresso ed uno stato oppressore. Potremmo dire che i civili uccisi in sinagoga e i due palestinesi che hanno eseguito l’agguato siano vittime di uno stesso sistema di potere che oltre ad annientare vite umane cancella diritti e identità di un popolo.

L’operazione del “Mattino” mi ha provocato un grande disagio sebbene io non abbia commesso alcun reato né abbia fatto o scritto le “dichiarazioni” o “esternazioni” che mi hanno attribuito. Che cosa c’è di male nell’essere solidali con un popolo oppresso? Maggiormente triste e di cattivo gusto è il collegamento tra la mia mostra fotografica “Gaza: tra assedio e speranza” e l’attentato avvenuto alla sinagoga di Gerusalemme. Nell’articolo è scritto che la mostra “rischia di trasformarsi in un incidente diplomatico” e che “l’iniziativa ha scatenato la reazione indignata della comunità ebraica di Napoli all’indomani dell’attentato di Gerusalemme”. Se l’indigazione nasce per un reportage fotografico, forse dietro tale indignazione si nasconde una ragione politica? Tra l’altro, la mostra è iniziata prima dell’agguato e non dopo.

Ti sei fatta un’idea del perchè di questo attacco considerato che tu sei una dei più noti attivisti italiani  in sostegno della lotta di liberazione palestinese e le tue idee in merito sono conosciute da chiunque si interessi un minimo di Palestina? Perchè proprio ora? Il grado di mistificazione e la tempistica dell’attacco hanno una spiegazione plausibile o si è trattato semplicemente di un redattore fin troppo “solerte” nel costruire una notizia che in realtà non esiste?

Mi è stato detto che dopo l’agguato alla sinagoga di Har Nof di fatto è una situazione di guerra, in cui si guarda anche alle virgole che vengono pubblicate in rete e sui giornali. Chiaramente mi aspettavano al varco. Credo sia stata un’operazione pensata da tempo, non aspettavano altro. Credo che a coloro che hanno messo su questa operazione disturbi la mia capacità di informare su questi temi al di fuori delle solite cerchie e dentro le istituzioni, il lavoro di documentazione da Gaza accurato e puntuale, il grande affetto delle persone. Hanno tentato di denigrare la mia immagine, di stroncarmi. Credo si sia trattato di un puro tentativo di intimidazione e di un avvertimento verso chiunque in futuro voglia organizzare iniziative di solidarietà o mostre fotografiche e che avrà timore di reazioni da parte della comunità ebraica. Credo si sia trattato di un attacco non solo rivolto a me ma a tutto il mondo della solidarietà con il popolo palestinese. In quei giorni, perfino una mostra fotografica organizzata dalla Unrwa sui rifugiati palestinesi in esposizione al Museo Diffuso della Resistenza di Torino è finita nel mirino della comunità ebraica che ne ha chiesto la chiusura ed ha parlato di “mostra ostile a Israele”. Di fronte a questo tentativo di cancellare l’identità e la storia bisogna mantenere il coraggio di indignarsi, di esporsi e di denunciare.

Questa non è una lotta contro la religione, ma contro l’imperialismo di cui il sionismo è un’espressione, contro l’oppressione, la guerra e le politiche di razzismo e discriminazione, a favore della pace che non può esserci senza giustizia e del diritto dei popoli ad autodeterminarsi.
La denuncia non può  essere considerata istigazione all’odio, mentre allo stesso tempo  si lascia liberamente che in pagine facebook filo israeliane vi siano addirittura auguri di morte nei miei confronti e si faccia riferimento alla sorte toccata al nostro compagno dell’ISM Vittorio Arrigoni. Come mai nessuno si scandalizza e nessuno parla in questo caso di istigazione all’odio? La religione non può essere utilizzata per consentire tali comportamenti né per coprire crimini. Le violazioni dei diritti umani vanno considerate a prescindere dal credo di chi le ha commesse e dal paese in cui avvengono. Al contrario di queste persone, io non ho mai usato parole di violenza né di odio, neppure nelle situazioni di maggior disperazione davanti a corpi di uomini e bambini senza vita. Ho sempre lavorato per far sì che la parola pace avesse un senso. Non solo stando accanto alle vittime delle offensive militari, ma anche nel dimostrare che le parole dei politici celavano invece una realtà atroce sul campo.

Credo che in futuro, coloro che vorranno nuovamente attaccarmi, utilizzeranno nuovamente la stessa fotografia, che poi è stata scattata durante una parata militare del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina nella Striscia di Gaza. Non possono usare altro per gettare ombra sulla mia immagine. Sono veramente dispiaciuta del fatto che, al contrario, i bombardamenti indiscriminati da parte dell’esercito israeliano durante l’offensiva su Gaza di quest’estate, tra cui bombe su case palestinesi con famiglie all’interno, non abbiano ricevuto parole di condanna da parte della comunità ebraica, non siano state dedicate ai bombardamenti così tante pagine di giornale e non siano considerati attentati terroristici. E così, il silenzio e le menzogne hanno ucciso quelle vittime due volte.

Il Mattino, nella sua versione on line, ha addirittura pubblicato un fotomontaggio sovrapponendo l’immagine del cancello di villa Savonarola a Portici, dove si teneva la mostra, con quella dei due martiri palestinesi che avevo condiviso su facebook. Diverse persone hanno così pensato che io avessi esposto la foto dei due martiri sul cancello della villa. Successivamente sul Giornale di Sallusti è stata pubblicata una lettera diffamatoria di una residente a Gerusalemme la quale dichiara che io avrei esposto la locandina dei due martiri alla mia mostra fotografica. Insomma, restano poche parole di fronte a queste manovre di basso livello ed un senso di impotenza.

Inoltre, sul cartaceo, “Il Mattino” ha inserito nel virgolettato la traduzione del post inglese, e nei vari articoli si insiste attribuendomi “esternazioni” o “dichiarazioni” mai fatte e mai scritte, perfino da parte del rabbino Bahbout. Addirittura si lascia intendere che dopo l’attentato appaiano mie immagini “con persone armate”: falso, si tratta di una singola foto pubblicata diversi mesi fa e che tra l’altro loro hanno tagliato creando due immagini.

Non hai mai fatto segreto di sostenere con forza e determinazione la Giunta De Magistris, che tra l’altro ha dato il meglio di sè proprio nei rapporti diplomatici con lo Stato di Palestina, pensi che anche questo abbia contribuito alla virulenza dell’attacco di un quotidiano che si è sempre schierato contro questa giunta e contro il Sindaco in particolare?

Mi sembra chiaro che tanto spazio sia dovuto anche alla campagna contro De Magistris, è una occasione d’oro per attaccare anche lui. Tra l’altro i tre articoli di giornale sono stati pubblicati proprio il 20 novembre, giorno in cui la terza sezione del Consiglio di Stato si sarebbe espressa in merito ai tre ricorsi tra cui quello del Governo contro la sentenza del Tar Campania che annullava l’efficacia della sospensione del Sindaco imposta dalla Severino. Purtroppo, più ci si espone più si subiscono pressioni. Del resto negli articoli vi sono un paio di  riferimenti a De Magistris. Il PD locale invece si è  scagliato contro l’amministrazione di Portici che aveva organizzato la “Settimana dell’autodeterminazione e della pace” che avrebbe ospitato la mia mostra fotografica, mentre sul Mattino il senatore PD Enzo Cuomo fa riferimento ad “affermazioni da parte dell’autrice”, attribuendomi alcune affermazioni da me mai fatte.

Non possiamo fare a meno di chiederti un aggiornamento sulla situazione attuale a Gaza e nel resto della Palestina, dopo i tremendi fatti dei mesi scorsi con attacchi da cielo e da terra contro la popolazione palestinese. Qual è  lo stato dell’arte in questo momento?

Dopo l’ultima offensiva israeliana la situazione nella Striscia di Gaza non è affatto migliorata: all’assedio si aggiunge una maggiore miseria della vita e devastazione, mentre le temperature continuano a scendere. Sono ancora migliaia gli sfollati accolti nelle scuole (18 scuole Unrwa accolgono almeno 28.000 persone) o ospitati da altre famiglie palestinesi, mentre almeno 80.000 famiglie vivono in case che hanno subito diversi livelli di distruzione, nonostante sia pericoloso restarvi. Solo poche famiglie hanno potuto iniziare a ricostruire o riparare le proprie abitazioni. Le condizioni umanitarie peggiorano a causa del maltempo e della mancanza di energia elettrica. La stessa Unrwa ha denunciato una situazione di emergenza dovuta agli allagamenti.

Nessuno degli accordi con cui si èraggiunto il cessate il fuoco è stato rispettato: si era parlato di alleggerimento del blocco, di liberazione di prigionieri, di apertura dei valichi, di estensione del limite marittimo, del diritto ad avere un porto ed un aeroporto. Nulla è stato fatto.

Le escalation contro i pescatori palestinesi dentro il limite consentito (attualmente 6 miglia nautiche) sono anzi continuate così come arresti e confische di barche, l’unico mezzo di sopravvivenza per i pescatori e le loro famiglie. L’esercito israeliano continua a sparare nelle zone lungo il confine, e nell’utima settimana ha ucciso un palestinese, mentre alcuni civili tra cui un bambino sono rimasti feriti. Tutti ormai si preoccupano solo di inviare aiuti umanitari nella Striscia ma nessuno pensa a risolvere il problema politico alla base del conflitto. L’assedio ha avuto un impatto devastante sulla situazione economica e umanitaria, impedendo il commercio e quindi lo sviluppo economico, causando così disoccupazione e dipendenza dagli aiuti internazionali. Infine isolando la Striscia di Gaza dal resto del mondo e separandola dalla stessa Cisgiordania. L’esasperazione ha portato molti palestinesi a scappare attraverso quei pochi tunnel rimasti al confine egiziano e imbarcarsi per raggiungere le nostre coste. Purtroppo molti, moltissimi non ce l’hanno fatta, e sono stati presi dal mare, mentre altri stanno affrontando la repressione egiziana o sono stati deportati a Gaza.

In Cisgiordania tensioni sono aumentate a seguito delle restrizioni imposte sull’accesso dei palestinesi alla moschea Al Aqsa a Gerusalemme est con conseguenti scontri tra palestinesi e forze israeliane. A ciò va aggiunto il rafforzamento della presenza ebraica a Gerusalemme est e l’aumento di insediamenti coloniali. Le tensioni crescono proprio a causa delle demolizioni decise come misura di punizione collettiva da parte delle autorità israeliane: case dei palestinesi che hanno ucciso con la propria auto pedoni alla fermata del tram e dei due responsabili dell’attacco in sinagoga sono state demolite, nonostante questa pratica sia considerata una forma punitiva contraria al diritto internazionale.

Continuano le proteste in Cisgiordania, nel corso delle quali vi sono spesso feriti. Frequenti sono le incursioni dell’esercito nei villaggi palestinesi, nel corso delle quali spesso civili restano feriti e molti sono arrestati. Si contano nel mese di ottobre 6500 prigionieri politici palestinesi nelle carceri israeliane di cui 500 in detenzione amministrativa e 182 minori. Alcuni pensano ad un possibile scoppio di una terza intifada, ma questa possibilità rimane debole fin quando esiste la cooperazione tra l’ANP e la polizia israeliana.
Rapporti settimanali sulle violazioni israeliane sulla popolazione civile palestinese possono essere letti sui siti del Palestinian Centre For Human Rights (http://www.pchrgaza.org ) e delle Nazioni Unite (http://www.ochaopt.org/ ).

Napoli è notoriamente città “amica della Palestina” e adesso addirittura con un sindaco cittadino onorario palestinese. Tu sei indubbiamente la figura più nota del movimento napoletano di solidarietà al popolo palestinese e viene normale chiederti il perchè.  Perchè Napoli è così empatica nei riguardi della lotta del popolo palestinese? Vi sono delle ragioni storiche che hanno determinato questa empatia, qui si è lavorato particolarmente bene rispetto ad altri luoghi d’Italia? E in ultimo: cosa ne pensi delle forme di lotta che promuovono il Boicottaggio, il Disinvestimento e  le Sanzioni contro lo Stato d’Israele?

Napoli storicamente è una città accogliente, solidale e antifascista. I napoletani hanno liberato la città dall’occupazione nazista e, nel corso degli anni, hanno subito forme di discriminazione e razzismo. Forse sono questi i motivi, insieme all’amore per la propria terra, che spingono i napoletani a sentirsi vicini alle lotte dei popoli oppressi. Essi conoscono il significato della resistenza.

Certo, Napoli ha mostrato sempre solidarietà nei confronti del popolo palestinese e che si è concretizzata in visite, gemellaggi con città palestinesi e progetti. Tra le ultime attività dell’Amministrazione comunale concentrata sull’affermazione dei diritti umani e della pace, un tavolo aperto in occasione dell’emergenza Gaza nel corso dell’ultima offensiva israeliana sulla Striscia a cui è  seguito una deliberazione per l’avvio di azioni di sensibilizzazione, aiuto concreto e missioni umanitarie in Palestina.
In generale, Napoli e i napoletani sono sempre in prima linea nella difesa dei diritti qui e nei paesi dove vi sono conflitti.

Sostengo il BDS, credo sia attualmente lo strumento più efficace per esercitare pressione sul governo israeliano affinché rispetti il diritto internazionale e cessi l’occupazione militare. L’Unione Europea si mostra ancora troppo debole, nonostante direttive UE contro il commercio con gli insediamenti coloniali siano state approvate nel luglio dell’anno scorso ed entrate in vigore a gennaio di quest’anno, tutt’ora non se ne parla e non so se siano realmente applicate. Credo che solo il BDS a livello istituzionale possa avere un’impatto sulle politiche di Tel Aviv. I riconoscimenti simbolici dello Stato di Palestina sono molto belli ed importanti ma non sono affiancati da nessuna azione concreta.

L’Italia dovrebbe in primo luogo avere il coraggio di rivedere l’accordo di cooperazione militare con lo stato di Israele e fermare la vendita di armi.

thanks to: contropiano.org

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