“Je suis Charlie” ma…non su Palestina-Israele. Liberta’ accademica tra censure, cesure e dissenso

di Ruba Salih (School of Oriental and African Studies, University of London)

Roma, 16 Febbraio 2016 – Qualche mese fa venne pubblicata una storia abbastanza inusuale sulla rivista Yedioth Hakibbutz, la rivista del kibbutz Degania. La prima pagina recitava: “Abbiamo espulso, bombardato e ucciso”. Il titolo richiamava una intervista di tre pagine contenuta all’interno della rivista con l’ex combattente dell’ allora Palmach, e residente del Kibbutz, Mr Kahanovich, nella quale appunto quest’ultimo raccontava dalla Guerra del 1948 e confessava il suo ruolo e la sua partecipazione alla espulsione e uccisione di civili palestinesi durante gli eventi.

Qualche mese prima, Kahanovich fu intervistato come parte di un progetto portato avanti dalla organizzazione no-profit e pacifista Zochorot (ricordare), una associazione culturale che in Israele si propone di ricordare gli avvenimenti della Nakba dai punti di vista sia israeliano che palestinese. La testimonianza di Kahanovich attiro’ appunto l’attenzione dei redattori della rivista del Kibbutz.

La testimoniaza di Kahavonich, ovviamente, tocca uno degli eventi piu’ duri della Guerra del 1948: l’uccisione a sangue freddo di civili palestinesi che scappavano e cercavano rifugio dai combattimenti all’interno della moschea di Lod.

Kahanovich racconto’ che gli era stato ordinato di uccidere qualunque palestinese avesse tentato di fuggire dalla processione di rifugiati che marciavano fuori dai loro villaggi nel tentativo di tornare alla propria casa o villaggio. Anche se in alcuni tratti dell’intervista Kahanovich mostra onesto rimorso, in altri brani spiega di non “avere avuto scelta”: “Fin dal principio l’intenzione era di espellerli, questi erano gli ordini dei capi, Yigal Alon and Yitzhak Sadeh. Altre volte avevamo ordini di sparare ad uno o due civili, cosi’ che gli altri potessero capire il messaggio e andarsene di propria volonta”. “Bisogna capire’, continua Kahanovich: “Se non avessimo distrutto la casa dell’Arabo, ci sarebbe stato per sempre un suo desiderio di ritorno. Se non c’e piu’ la tua casa, non c’e’ piu’ il tuo villaggio, non c’e luogo a cui volere e poter ritornare”.

Ci sono varie ragioni per cui ho deciso di cominciare il mio breve intervento e dialogo con Ilan citando questa dura testimonianza.

La prima, per sottolineare come nella sfera pubblica israeliana stiano trovando spazio testimonianze e racconti di protagonisti degli eventi del 1948 che sottolineano apertamente come l’espulsione dei palestinesi non fosse stata il risultato accidentale degli eventi bellici, come sostengono alcuni storici israeliani, ma fosse parte di precisi ordini e disegni militari, come da lungo tempo denuncia Ilan Pappe’ nei suoi numerosi lavori storiografici sulla pulizia etnica della Palestina.

Una seconda ragione ha a che vedere con il bisogno di riflettere e comprendere le ragioni per le quali in alcuni luoghi supposti liberali, che pongono la liberta’ di pensiero, di informazione e di parola come sacra, il dibattito storiografico, o anche semplicemente tracce di testimonianze come quella di Kahanovich, sembrano divenire sempre piu’ rari o, dove esistono o resistono, sono sotto continuo attacco. (Certamente il problema della censura rispetto a questa giornata di studi e riflessioni ne e’ una triste prova). Per quali ragioni il dibattito su alcuni temi e fatti, a partire dal 1948 fino ad arrivare alle piu’ recenti guerre su Gaza, e’ soggetto ad anacronistiche cesure, censure o autocensure?

Vorrei proporre alcune sollecitazioni in tal senso, e complicare la classica, ancorche’ non priva di verita’, interpretazione per cui questi silenziamenti attorno alla natura del conflitto e alle sofferenze dei palestinesi siano da attribuire alla mera asimmetria di potere sul campo oggi. Credo che il silenziamento – e le retoriche che lo accompagnano nel tentativo di legittimarlo – ci parlino di qualcosa di piu’ profondo, di una sorta di tabu’ costitutivo, di una profonda incapacita’ auto-rilfessiva rispetto ai paradossi della storia moderna europea. Una modernita’ che, come ci ricorda il sociologo Zygmunt Bauman nei suoi vari e fondamentali saggi, ha al contempo prodotto i diritti umani e il genocidio, ha portato ordine ed emancipazione al posto del chaos, ma al prezzo della rinuncia verso alcune liberta’ fondamentali. Ha dato vita e liberta’ ad alcuni a prezzo dell’esclusione di altri. Liberta’, empancipazione stato di diritto quindi di pari passo a colonialismo, genocidio, nazi-fascismo. Serve quindi una riflessione profonda sui legami tra silenziamenti e narrazioni, tra dicibile e indicibile.

Le cesure e censure in molti luoghi mainstream delle sfere pubbliche liberali, sulle responsabilita’ e i torti di Israele e le sofferenze e i diritti negati ai palestinesi, possono essere letti come metafora della incapacita’ di fare luce e superare le grandi ambivalenze della storia del 900, ambivalenze che riverberano negli eventi contemporanei: da Charlie Hebdo, all’attacco di Copenhagen, dall’ Islamophobia dilagante alle guerre neo-coloniali, oggi chiamate ‘umanitarie’, e che vengono auspicate come difesa dei principi liberali quando il ‘chaos’ arriva vicino o nasce dentro il cuore dell’Europa.

Tornando alla citazione di Kahanovich, c’e’ un altra ragione per cui la ho scelta. Negli ultimi anni si viene sempre piu’ naturalizzando un “paradigma” che fa eco ad un curioso fondamentalismo positivista per cui chi produce sapere critico su Israele e sulla questione palestinese viene tacciato di “essere di parte”, di avere un’ agenda politica, di essere ancora peggio “ideologico”, di usare le fonti e le testimonanze (se siamo antropologi) a fini politici e di propaganda e, se originario o legato a vario titolo a quelle terre, di essere cosi’ emotivamente coinvolto da non essere in grado di produrre rappresentazioni “oggettive”. In sostanza, di non sapere o volere operare una distinzione tra il personale e il politico, tra se’ e il mondo che ci circonda e di cui siamo parte. Questo richiamo selettivo all’oggettivita’ e’ tanto piu’ grottesco in quanto ripropone criteri epistemologici di separazione tra soggettivita’ e oggettivita’ che si pensavano superati da decenni nelle scienze sociali ed umanistiche, dove le responsabilita’ etiche, politiche e morali dell’intellettuale non sono piu’ concepite come in antitesi con il rigore scientifico del metodo e dei criteri delle discipline a cui ognuno di noi e’ ancorato.

In realta’ questi non sono che tentativi di limitare la liberta’ di discussione e il pensiero critico, ma che rivelano una miopia storica ed epistemologica facilmente smascherabile. Alla scorso meeting annuale della American Anthropology Association, nel Dicembre 2014, un gruppo di accademici ha proposto una mozione mirante a porre fine sul nascere alla discussione sull’ eventuale appoggio degli antropologi, e della associazione stessa, al boiccotaggio delle istituzioni accademiche israeliane (BDS). Alcuni degli interventi hanno sostenuto con convinzione che il mondo accademico non possa essere il luogo principe per dibattiti di natura ‘politica’.

Dall’altra parte si sono levate numerosissime voci che hanno ricordato come fin dalla mobilitazione contro la guerra in Vietnam negli anni ‘60 e ’70, passando per l’invasione di Israele del sud del Libano agli inizi degli anni ’80, o l’Apartheid in Sudafrica, i meeting della AAA siano stati tradizionalmente luoghi di discussione politica, mobilitazione e dibattiti che duravano fino a tarda notte. Altri hanno sottolineato come la maggioranza delle istituzioni accademiche in Israele siano legate a doppio filo alla dimensione politica con investimenti diretti nel settore militare, ricerca scientifica sullo sviluppo di tecniche di controllo e distruzione messe in atto nei Territori Occupati, finanziamento di universita’ e progetti di ricerca negli insediamenti, per citare solo alcuni esempi. Allo stesso modo, le universita’ palestinesi sono targets costanti delle forze di occupazione israeliane le quali, regolarmente negli ultimi anni, hanno distrutto le infrastutture universitarie palestinesi, impedito il regolare svolgimento della attivita’ accademica e represso la mobilita’ di studenti e docenti palestinesi.

La votazione mirante a censurare il dibattito e’ stata sconfitta da 653 voti contro una sparuto gruppo di 27 votanti a favore. Lo stesso risultato si era avuto il mese precedente alla conferenza annuale della Middle East Studies Association, dove una minoranza di accademici ha tentato di fare passare una simile mozione, incontrando la resistenza di circa 500 studiosi dell’area. Naturalamente, queste votazioni non possono essere lette con la semplice lente che oppone accademici “pro-Bds ad accademici “anti-Bds”, ma piuttosto come una netta difesa, da parte di centinaia di studiosi, della liberta’ e dignita’ accademica, un chiaro richiamo alla responsabilita’ civile e politica, al dissenso e alla mobilitazione politica nei luoghi deputati alla produzione e diffusione di sapere.

Come ebbe a dire March Bloch, il grande storico sociale francese, fondatore delle Annales in Francia e della storia sociale: “L’ignoranza del passato non solo nuoce alla conoscenza del presente ma compromette nel presente l’azione medesima.”

Ricostruire la storia del conflitto, e dei ruoli, delle idee e delle ideologie in esso coinvolte, non puo’ essere un esercizio puramente accademico o intellettuale, un esercizio fine a se stesso, artificialemente astratto dalla necessita’ dell’azione. Tale esercizio puo’ e deve trascendere i perimetri delle aule universitarie e delle biblioteche perche’ e’ il terreno su cui si deve osare e pensare gli scenari di coesistenza in Palestina ed Israele.

In questo contesto, allora, la separazione tra cultura e sapere critico, e tra produzione accademica e posizionamento individuale diviene pretestuosa. Non solo si propone l’idea di un mondo accademico sconnesso da quello reale, un a-storico feticismo dell’ “oggettivo” che prescinde dalla nostra esistenza. Ma si nega la storicamente viva e vera natura della produzione del sapere. Come accademici non solo siamo parte integrante e frutto del mondo in cui viviamo, ma abbiamo responsabilita’ fondamentali nei confronti della realta’ storica, sociale e politica che studiamo e che cerchiamo di capire. Sarebbe operazione artificiale ed arbitraria pensare di poterci astrarre dalla realta’ che contribuiamo a creare con la nostra azione o inazione e che ci investe eticamente, moralmente, umanamente e politicamente.

Mi piace ricordare che Marc Bloch fu cacciato dalla Sorbona delle leggi razziali durante il nazismo. L’atmosfera politica lo spinse a buttarsi nella resistenza, di cui divento’ un capo. Bloch fu successivamente arrestato e torturato e poi ucciso dalla Gestapo nel 1944. Quando Hannah Arendt scrisse la “Banalita’ del Male”, in cui trovano vita le sue riflessioni anti-egemoniche e coraggiose sul processo e sulla figura di Albert Eichmann, non fu per puro diletto filosofico. Furono la sua posizione di ebrea perseguitata ed esiliata, la sua sofferenza personale e politica, a rappresentare le fondamentali spinte ad osservare, capire e denunciare la natura banale dell’orrore e della violenza da lei stessa vissuta nei campi di concentramento. La sua ebraicita’ e la sua mobilitazione per aiutare la causa degli ebrei in fuga dall’Europa nazista furono il cuore, il motore propulsore, della sua opera e delle sue idee. Zygmunt Bauman, il grande sociologo di origine polacca, fu un ardente marxista ma soffri l’espulsione dalla Polonia per le sue idee e il suo marxismo gramsciano, critico dell establishment comunista.

Vorrei allora sollecitare questa giornata di studi ad una riflessione sui motivi che oggi portano alcune universita’ e luoghi del sapere, in Europa come negli Stati Uniti, ad essere sempre piu’ impauriti dal confronto e dal dibattito nascondendosi dietro paradigmi storicamente superati ed anacronistici come quelli della separazione tra sapere, posizionamento individuale e responsabilita’ politica e civile. Una separazione tra “Storia” e “storie” che si pensava superata almeno dagli anni quaranta.

Una breve riflessione merita anche il carattere selettivo di queste cesure e paradigmi. Perche’ certi silenzi riguardano, per tornare a noi, molto piu’ una parte del conflitto che un’altra? Una risposta la fornisce la teorica politica americana Judith Butler quando scrive nel suo Frames of War che non tutti contano come vite umane, ‘not all lives are grievable’. Quando – ci spinge ad interrogarci Judith Butler – una vita e’ degna di lutto e quando una vita e’ vita? Il problema vero della vita politica contemporanea e’ che alcune vite non contano come altre, alcune vite non sono costitutive di soggettivita’. Credo che quella proposta da Butler sia una della questioni fondamentali attraverso cui leggere questo conflitto e le parole, le censure e le cesure che lo accompagnano da piu’ di sessanta anni. Quando i bambini palestinesi sono descritti come scudi umani sono gia’ iscritti inerosabilmente nel regno del non umano, sono gia divenuti oggetti e legittimi target di guerra, privati di soggettivita’. Sono non vite, o vite che si possono perdere, per garantire la vita di coloro che esistono.

Come si evince dalle parole di Kahanovich nella sua intervista, il palestinese, o meglio l’Arabo, e’ la non vita in questo conflitto, la vita che si deve e si puo’ perdere per proteggere quella del soggetto che esiste, la cui vita, solo la sua, “e’ grievable”.

L’ottica butleriana ci offre spunti, e costituisce una metafora, per leggere la questione palestinese anche in chiave storica, a partire dalla spartizione e divisione del Medio Oriente, all’indomani della sconfitta dell’Impero Ottomano, in stati nazionali o protettorati europei, spartizioni che lasciarono I palestinesi stateless. Questa stateless-ness sancisce simbolicamente e metaforicamente la non grievability dei palestinesi, che sono divenuti storicamente la non vita, coloro la cui dignita’ politica, la cui aspirazione ad una vita sovrana, possono essere sacrificate per garantire la vita degli altri.

thanks to: AssopacePalestina

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