Le ingerenze israeliane sulle università italiane. Un invito a non cedere

di Sergio Cararo

Da tempo nelle università italiane è in corso un braccio di ferro per molti aspetti decisivo sul piano della cultura e della libertà. Da una parte alcuni tentativi di portare negli atenei la questione palestinese attraverso una serie di dibattiti pubblici (da Ilan Pappè a Omar Barghouti, dalla questione dell’acqua a quella dell’Expo), dall’altra le pesanti ingerenze dell’ambasciata israeliana sui rettori e i presidi di facoltà per impedire questi incontri in sede universitaria. Lo scontro è importante perché per gli apparati ideologici di stato israeliani il controllo o la neutralizzazione negli atenei negli altri paesi è un fronte di guerra decisivo. A dare un mano agli apparati israeliani, anche in Italia, interviene poi la lobby sionista rappresentata da giornalisti, uomini politici, opinion maker che, pur non essendo israeliani, sostengono attivamente gli interessi e la politica colonialista di questo Stato. In altri casi si assite ad un atteggiamento cedevole, quello che, solo in questo caso, prevede l’obbligo del contraddittorio con un esponente israeliano o sostenitore delle “ragioni di Israele”. Caso unico, dicevamo, perchè mai abbiamo assistito negli anni all’obbligo di invitare l’ambasciata della Turchia ad un dibattito con i kurdi, o all’ambasciata statunitense per una conferenza sul Vietnam o all’ambasciata russa per un dibattito sulla Cecenia. L’equidistanza diventa così una forma di complicità o arrendevolezza, esattamente come coloro che continuano a trincerarsi dietro lo schermo di “due popoli due stati” quando i decenni trascorsi e l’oggi stesso continuano a negare con i fatti la nascita dello Stato Palestinese.

Questo importante braccio di ferro tra libertà di insegnamento ed espressione versus subalternità ai diktat israeliani, ha visto episodi sgradevoli come l’annullamento delle sale universitarie per la conferenza di Ilan Pappè (a Roma Tre) o per un incontro sull’acqua in Palestina (a Ingegneria della Sapienza), tentativi analoghi ad una conferenza sull’Expo e sul giro di conferenze di Omar Barghouti in Italia. Lo scorso 9 marzo Pierluigi Battista, onnipresente firma del Corriere della Sera, in un indignato editoriale aveva definito il voto di una università londinese a favore del boicottaggio degli accordi con Israele “una schifezza antisemita che dovrebbe sollecitare una mobilitazione di chi lavora nelle università europee.” A questo articolo ha replicato con una bella e articolata lettera il prof. Angelo Stefanini, docente dell’università di Bologna e prestigioso scienziato. La lettera di Stefanini, ovviamente, non è stata pubblicata dal Corriere della Sera e quindi abbiamo il piacere di pubblicarla noi qui di seguito. Ma questa è anche l’occasione per rinnovare l’invito a tutto il mondo accademico ad accettare questa sfida e ad opporsi in ogni modo alle ingerenze dell’ambasciata israeliana in Italia e dei suoi collaboratori sulla vita universitaria nel nostro paese. In secondo luogo, anche alla luce dei risultati delle elezioni israeliane e della vergognosa risoluzione approvata dal Parlamento italiano sul riconoscimento dello Stato Palestinese, riteniamo che la campagna internazionale di boicottaggio (Bds, boicottaggio, disinvestimenti, sanzioni) verso Israele sia uno strumento decisivo per incidere sui processi a fronte della subalternità dei governi e delle istituzioni sulla questione palestinese. Per mettere fine al colonialismo israeliano e all’apartheid verso i palestinesi.

La replica del prof. Stefanini a Pierluigi Battista CLICCA QUI

( Fonte: Contropiano.org )

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