L’Olocausto come mezzo di estorsione

Negli anni ’90, dopo il crollo del Muro di Berlino, sotto il presidente USA Bill Clinton l’industria dell’Olocausto lanciò una gigantesca campagna per ottenere, a 50 anni di distanza, risarcimenti in denaro per le persecuzioni agli ebrei durante la Seconda guerra mondiale da parte di Svizzera, Germania e paesi dell’Europa orientale. Lo svolgimento di questa campagna e l’apparato mediatico e politico che la sostenne vengono esaurientemente descritti da Norman Finkelstein nel suo libro L’industria dell’Olocausto, nel capitolo intitolato significativamente La duplice estorsione: estorsione aidanni dei paesi sopracitati e delle vittime o delle loro famiglie 93 . I brani seguenti sono tratti da quel capitolo.
a) Svizzera. Durante le commemorazioni del cinquantesimo anniversario della fine della Seconda Guerra Mondiale, nel maggio 1995, il presidente svizzero presentò le scuse formali del proprio paese per avere negato rifugio agli ebrei durante l’Olocausto nazista. Nell’occasione si riaprì la discussione sull’antica questione dei beni degli ebrei in deposito presso conti svizzeri prima e durante la guerra.
Da subito risultò chiaro che la Svizzera era una facile preda: pochi si sarebbero schierati al fianco dei ricchi banchieri svizzeri contro le “vittime bisognose dell’Olocausto” e, cosa ancor più importante, le banche svizzere erano altamente vulnerabili alle pressioni economiche provenienti dagli Stati Uniti.
Verso la fine del 1995 Edgar Bronfman (presidente del Congresso Mondiale Ebraico e figlio di un funzionario della Claims Conference) e il rabbino Israel Singer, segretario generale del Congresso Mondiale Ebraico e magnate immobiliare, si incontrarono con i banchieri svizzeri.
Bronfman, erede della fortuna dell’azienda di liquori Seagram (il suo patrimonio personale era stimato in tre miliardi di dollari), avrebbe poi fatto modestamente sapere alla commissione sulle attività bancarie del Senato che lui parlava “a nome del popolo ebraico” come pure dei “sei milioni di persone che non possono parlare per se stesse”. Le banche svizzere dichiararono di essere riuscite a individuare solamente 775 conti inattivi giacenti, per un valore totale di trentadue milioni di dollari.
Offrirono questa cifra come base per i negoziati con il Congresso Mondiale Ebraico, il quale la rifiutò in quanto inadeguata e si diede a mobilitare l’intero establishment politico americano: il presidente Clinton, le agenzie del governo federale, la Camera e il Senato (in particolare attraverso il senatore Alphonse D’Amato), i governi dei vari stati e le amministrazioni locali in tutto il paese. Da ogni parte venne montata una campagna di pressioni che spinse una sfilza di funzionari pubblici a denunciare il comportamento dei perfidi svizzeri.
Usando come trampolino le commissioni sulle attività bancarie di Camera e Senato, l’industria dell’Olocausto orchestrò un’indegna campagna diffamatoria. Il portavoce della valanga antisvizzera fu il direttore generale del Congresso Mondiale Ebraico, Elan Steinberg, la cui funzione principale fu quella di dispensare disinformazione. Secondo Tom Bower, uno degli artefici della campagna, “il terrore attraverso lo scandalo era l’arma preferita di Steinberg, perché sparava una serie di accuse allo scopo di creare disagio e scioccare” 94 . “L’ultima cosa di cui le banche hanno bisogno è una pubblicità negativa – spiegò il rabbino Singer – e noi gliela faremo fino a quando le banche diranno: ‘Basta, scendiamo a patti’” 95 .
La campagna degenerò rapidamente in una diffamazione del popolo svizzero. In una ricerca sponsorizzata dall’ufficio di D’Amato e dal Centro Simon Wiesenthal, venne affermato che “la disonestà era un connotato culturale che gli svizzeri avevano assimilato a fondo, per proteggere l’immagine della nazione e la sua prosperità…la cupidigia svizzera era senza pari…dietro la facciata di civiltà c’era uno strato di ostinazione, che celava una granitica ed egoistica mancanza di comprensione per le opinioni di chiunque altro” 96 .
L’accusa principale era che vi fosse stata, come recita il sottotitolo del libro scritto da Bower, “una cospirazione elvetico-nazista durata cinquant’anni per sottrarre miliardi agli ebrei europei e ai sopravvissuti all’Olocausto”. Questa cospirazione naturalmente fu “il più grande ladrocinio della storia dell’umanità”. Per l’industria dell’Olocausto tutto ciò che riguarda gli ebrei appartiene a una categoria separata e superlativa: il peggiore, il più grande…
Come prima cosa, l’industria dell’Olocausto dichiarò che le banche svizzere avevano sistematicamente negato agli eredi delle vittime dell’Olocausto l’accesso a conti inattivi su cui giacevano tra i sette e i venti miliardi di dollari. “Nel corso degli ultimi cinquant’anni” riportò la rivista Time in un articolo, un “atteggiamento costante” delle banche svizzere “è stato quello di essere evasivi e fare ostruzionismo quando i sopravvissuti all’Olocausto fanno domande circa i conti correnti dei loro parenti deceduti”.

Oltre a fomentare l’isteria antisvizzera, l’industria dell’Olocausto coordinò una strategia a due livelli per “costringere con il terrore” (l’espressione è di Bower) la Svizzera a cedere: class actions e boicottaggio economico. La prima class action fu intentata agli inizi dell’ottobre 1996 da Edward Fagan e Robert Swift per conto di Gizella Weisshaus e “altri che si trovavano in posizione analoga” per venti miliardi di dollari. Poche settimane più tardi il Centro Simon Wiesenthal intentò una seconda class action e nel gennaio 1997 il Consiglio mondiale delle comunità ebraiche ortodosse ne promosse una terza.
Tuttavia l’arma principale per spezzare la resistenza svizzera fu il boicottaggio economico. “Adesso il gioco si fa più sporco” avvertì nel gennaio 1997 Avraham Burg, presidente dell’Agenzia Ebraica e uomo di riferimento d’Israele nel caso delle banche svizzere. Nei mesi successivi le amministrazioni locali e governative a New York, nel New Jersey, nel Rhode Island e nell’Illinois vararono tutte risoluzioni che minacciavano il boicottaggio economico a meno che le banche svizzere ammettessero le loro colpe. Nel maggio 1997 il comune di Los Angeles, con il ritiro di milioni di dollari in fondi pensione da una banca svizzera, operò la prima azione concreta.
Altrettanto fece un fondo di New York e nell’arco di pochi giorni si ebbero altri casi in California, Massachusetts e Illinois. Nel frattempo, D’Amato e altri funzionari statali cercarono di impedire alla neonata Unione delle banche svizzere di operare negli Stati Uniti. Nell’aprile 1998 le banche svizzere cominciarono a piegarsi sotto il peso della pressione, e in giugno fecero la loro “ultima offerta” di seicento milioni di dollari di risarcimenti. Abraham Foxman, responsabile dell’Anti Defamation League, sconcertato dall’arroganza degli svizzeri, riuscì a stento a trattenere la collera: “Questo ultimatum è un insulto alla memoria delle vittime, ai sopravvissuti e ai membri della comunità ebraica che in buona fede si sono rivolti agli svizzeri per lavorare insieme al fine di risolvere questo problema così complesso” 97. Nel luglio 1998 arrivò una nuova ondata di disinvestimenti (New Jersey, Pennsylvania, Connecticut, Florida, Michigan e California), e a metà agosto gli svizzeri capitolarono, accettando di pagare un miliardo e duecentocinquanta milioni di dollari. “Lei è stato un vero pioniere” si congratulò con D’Amato il Primo ministro israeliano Netanyahu “Il risultato non è soltanto ciò che si è ottenuto in termini materiali, ma anche una vittoria morale e un trionfo dello spirito” 98 .
A questo punto i soldi ottenuti dagli studi legali che avevano intentato le class action avrebbero dovuto essere distribuiti ai legittimi destinatari, i parenti delle vittime. Qui però sorsero i problemi, in quanto le organizzazioni ebraiche, gli avvocati che avevano seguito le cause e altri elementi dell’establishment volevano trattenere il denaro per sè. Nulla di nuovo, dal momento che Bronfman ha ammesso che la tesoreria del Congresso Mondiale Ebraico nell’arco degli anni ha ammassato non meno di “sette miliardi di dollari circa” grazie al denaro dei risarcimenti 99 .
b) Germania. Dopo avere regolato i conti con la Svizzera nell’agosto 1998, nel settembre dello stesso anno l’industria dell’Olocausto attuò la medesima strategia vincente contro la Germania. Gli stessi team legali intentarono una class action contro l’industria privata tedesca, domandando non meno di venti miliardi di dollari di risarcimento.
Per fomentare l’isteria collettiva, si fece ricorso a molteplici annunci pubblicitari a tutta pagina. In un’inserzione pubblicitaria che denunciava la casa farmaceutica tedesca Bayer venne fatto il nome di Josef Mengele, nonostante non ci sia alcuna prova che la Bayer abbia “diretto” i suoi terrificanti esperimenti.
Verso la fine del 1999 i tedeschi cedettero e accettarono un accordo per una cifra intorno ai 5 miliardi di dollari. “Non avremmo potuto raggiungere un accordo” riferì in seguito il diplomatico clintoniano Stuart Eizenstat alla commissione sulle attività bancarie della Camera “senza il coinvolgimento personale e la presa di posizione del presidente Clinton…e di altri influenti funzionari” del governo americano 100 .
c) Europa orientale. L’estorsione nei confronti di Svizzera e Germania è stata solamente il preludio del gran finale: l’estorsione nei confronti dell’Europa dell’Est. Con il crollo del blocco sovietico, in quello che era stato il cuore geografico della comunità ebraica europea si aprirono prospettive allettanti. Intonando la salmodia ipocrita delle “vittime bisognose dell’Olocausto”, l’industria dell’Olocausto ha cercato di estorcere miliardi di dollari a questi paesi già impoveriti e, perseguendo il suo fine senza alcun riguardo e in modo inflessibile, è diventata la principale fomentatrice dell’antisemitismo in Europa.
L’industria dell’Olocausto si è presentata nelle vesti dell’unico legittimo avente diritto a reclamare i beni comuni e personali di coloro che perirono durante l’Olocausto nazista. “Esiste un accordo con il governo israeliano” riferì Edgar Bronfman alla commissione sulle attività bancarie della Camera “in base al quale i beni senza eredi dovrebbero essere accreditati alla World Jewish Restitution Organization” 101 . Utilizzando questo mandato, l’industria dell’Olocausto ha chiesto ai paesi del blocco ex sovietico di consegnare tutti i beni che prima della guerra erano di proprietà di ebrei o di provvedere a un risarcimento in denaro. Tuttavia, diversamente dal caso di Svizzera e Germania, ha avanzato queste richieste senza dare troppo risalto pubblicitario: l’opinione pubblica infatti non è stata troppo contraria al ricatto nei confronti dei banchieri svizzeri e degli industriali tedeschi, ma potrebbe guardare con meno favore al ricatto nei confronti degli stremati contadini polacchi. Inoltre, gli ebrei che hanno perso parenti nell’Olocausto nazista potrebbero anche lanciare qualche occhiata risentita alle macchinazioni della WJRO: la pretesa di essere legittimi eredi dei morti per incamerarne i beni potrebbe essere facilmente scambiata per sciacallaggio. D’altro canto, l’industria dell’Olocausto non ha bisogno di mobilitare l’opinione pubblica: con il sostegno dei funzionari-chiave dell’amministrazione americana, può annientare facilmente la debole resistenza di nazioni già prostrate.
“E’ importante comprendere che i nostri sforzi per la restituzione di proprietà comunitarie” spiegò Stuart Eizenstat a una commissione parlamentare “sono tutti finalizzati alla rinascita e al rinnovamento della vita degli ebrei” nell’Europa dell’Est. Al fine di promuovere il “rinnovamento” della vita ebraica in Polonia, la WJRO ha avanzato pretese su oltre seimila proprietà comunitarie ebraiche prebelliche, comprese quelle attualmente usate come scuole e ospedali. Prima della guerra, la popolazione ebraica della Polonia era di circa tre milioni e mezzo di persone; quella attuale è di alcune migliaia. La WJRO ha reclamato la proprietà di centinaia di migliaia di appezzamenti di terra polacca, valutati in svariate decine di miliardi di dollari. “Gli amministratori polacchi temono” ha riportato Jewish Week “che la richiesta possa portare la nazione alla bancarotta” 102 . Quando il parlamento polacco propose di porre dei limiti ai risarcimenti per evitare l’insolvenza, Elan Steinberg del World Jewish Congress denunciò la legge come “un atto fondamentalmente antiamericano” 103 .
Per forzare alla sottomissione i governi recalcitranti, l’industria dell’Olocausto agitò lo spauracchio delle sanzioni americane. Eizenstat fece pressione sul Congresso affinchè i risarcimenti per l’Olocausto fossero messi in cima alla lista dei requisiti per quei paesi dell’Est che volevano entrare nell’OCSE, nella WTO, nell’Unione Europea, nella Nato. Israel Singer, del Congresso Mondiale Ebraico, chiese al Congresso americano di “controllare” che ogni paese pagasse. “E’ estremamente importante che le nazioni coinvolte nella questione comprendano” ha affermato il deputato Benjamin Gilman “che il loro atteggiamento…è uno dei molti punti di riferimento sulla cui base gli Stati Uniti valutano le relazioni bilaterali” 104 .
Alla fine chi sicuramente ha guadagnato da questo ciclo incessante di richieste di risarcimento sono stati gli avvocati e i funzionari che lavorano per organismi come la Claims Conference. I loro stipendi ammontano a centinaia di migliaia di dollari all’anno. Tuttavia si moltiplicano le proteste da parte delle vittime in nome delle quali l’industria dell’Olocausto agisce: molte hanno fatto causa alla Claims Conference, accusandola di “perpetuare l’espropriazione” 105 .

 


93 Il resto del paragrafo è interamente ricavano dal libro di Finkelstein.
94 Tom Bower, I cassieri dell’Olocausto, 1998
95 ibidem
96 ibidem

97 Gregg Rickman, Swiss Banks and Jewish Souls, 1999
98 ibidem
99 New York Times, 24 giugno 1998
100 Audizione alla commissione sulle attività bancarie e finanziarie della Camera USA, 9 febbraio 2000

101 Audizione 11 febbraio 1996
102 Jewish Week, 14 gennaio 2000
103 Newsday, 6 febbraio 2000
104 Audizione alla Commissione sulle relazioni internazionali della Camera, 6 agosto 1998
105 Isabel Vincent, Hitler’s Silent Partners, 1997

 

from: Israele e lo sfruttamento dell’Olocausto

thanks to: Forumpalestina

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